Quando una lingua muore
Tutte le traduzioni sono a cura della redattrice, per il testo in lingua originale si rimanda alla fonte.
Secondo la definizione del manuale di linguistica1 (il più grande incubo di qualsiasi matricola in qualunque facoltà umanistica) il linguaggio è quella “facoltà della mente umana che permette, a una comunità di individui, di dotarsi di un proprio codice comunicativo atto allo scambio di messaggi articolati oralmente, tramite i quali trasmettersi informazioni, esprimersi, sviluppare e condividere pensieri e altro ancora” (Ciancaglini- Keidan, 2018, p.1).
È facile immaginare la conseguenza: il linguaggio crea la comunità, quindi, quando questo viene meno, essa tende a deteriorarsi, fino a scomparire, proprio come sta accadendo in Messico.
Dire che in Messico si parla lo spagnolo è relativamente corretto. Si tratta di una situazione particolare: lo spagnolo viene riconosciuto come lingua ufficiale in quanto stato de facto. Essendo la lingua maggioritaria, di scambio e connessione, e quella utilizzata nelle istituzioni, allora lo si assume come lingua de facto. Lo spagnolo non è quindi lingua de iure: la Costituzione non lo designa come lingua di stato con un apposito paragrafo nel testo di legge.
Questo ci fa intendere che in Messico si parla lo spagnolo e qualcos’altro.
Le lingue indigene in Messico sono uno dei tratti identitari del Paese: quelli che erano i popoli precolonizzazione, oggi, stanno cercando di riprendere non solo vitalità, ma anche il proprio posto nel quadro della comunità messicana, ricordando che il Messico non è solo tradizione importata e impiantata, ma che prima c’era già molto altro.
Nel 2016, la Costituzione degli Stati Uniti del Messico è stata profondamente rivisitata in termini di riconoscimento della comunità indigena come segno identitario del Paese: mira alla preservazione e all’arricchimento delle sue lingue, delle competenze e di tutti gli elementi che costituiscono la sua cultura ed identità2 (art.2).
Nello stesso articolo, il paragrafo 8 dice: “…Gli indigeni hanno il diritto costante di essere assistiti da interpreti e difensori che hanno competenza nella loro lingua e cultura.”3, riferendosi a situazioni di natura giuridica.
Citando un ulteriore provvedimento, nell’art. 4 del Decreto di modifica del 2001, si stabilisce che il corpo normativo, nella sua interezza, venga tradotto nelle lingue indigene del Paese e distribuito alle rispettive comunità4.

Secondo una legge del 20035, inoltre, lo Stato del Messico adotta lo spagnolo come lingua ufficiale, affiancandolo però alle lingue indigene, anch’esse riconosciute come lingue nazionali.
Lo stesso testo di legge è incentrato sulle varietà linguistiche del Messico: dalla loro conservazione al loro valore istituzionale, considerando anche la cultura che le accompagna e il modo in cui si intende trattare, in sede giuridica, le varie situazioni che coinvolgono una figura indigena. Anche qui ci sono delle discrepanze che verranno considerate in seguito.
Ma perchè si sente la necessità di valorizzare le 68 lingue indigene, parallele allo spagnolo fin dai tempi della colonizzazione?
Potrebbe sembrare una bella notizia: una valorizzazione della cultura pre-colonizzazione, che finalmente vede il suo status riconosciuto e celebrato, ma c’è sempre l’altra faccia della medaglia; lo Stato messicano, promulgando una legge di difesa delle lingue indigene, ci fa ben capire che un nuovo fenomeno sta iniziando a manifestarsi: quello della sostituzione linguistica, prima fase dell’estinzione di una lingua.
Il processo della sostituzione si verifica quando le popolazioni iniziano ad adottare la lingua dominante a causa di pressioni esterne (lavoro, educazione scolastica, documenti ufficiali ecc.), lasciando la lingua madre agli anziani, saltando il passaggio generazionale adulti-bambini6.
Uno dei primi fattori ad intaccare l’integrità delle comunità indigene, paradossalmente, non è né l’ombra del colonialismo, né il colosso occidentale, bensì il fenomeno dei desaparecidos. Secondo un articolo dell’Avvenire, questo è legato a doppia mandata al problema dei Cartelli e il numero delle sparizioni, dal 2006, è arrivato a 135mila, una quota altissima che non accenna a diminuire. Nel 2025 il Comitato per le sparizioni forzate dell’ONU si muove per l’attivazione dell’art.34, arrivando alla redazione di un documento dove si spiegano tutte le contromisure che lo Stato del Messico deve adottare per arginare il fenomeno.

Le sparizioni non sono una novità: nel 2016 Amnesty International Italia ha pubblicato un articolo dove ha imputato questa vera e propria pandemia di desaparecidos all’incompetenza e all’inerzia delle forze dell’ordine. Lo stagnare delle indagini e del perseguimento degli scomparsi ha portato all’inizio delle ricerche da parte delle famiglie, ma soprattutto alla convinzione sempre più radicata che il governo dello Stato del Messico e i Cartelli si stanno inesorabilmente sovrapponendo e intralciando, rallentando così le ricerche.
Torniamo ora sul sentiero linguistico. Sulla carta, le misure per la conservazione del patrimonio indigeno sembrano essere di tutto rispetto; in realtà, però, ci sono vari aspetti da ricordare.
Anzitutto, le comunità indigene sono molto spesso legate ad una tradizione orale: le storie, gli usi e i costumi vengono tramandati non con la scrittura, ma con costrutti legati all’oralità, utilizzando anche il veicolo musicale per la agevolare la cognizione mnemonica e facilitare il passaggio da un individuo all’altro e da una generazione all’altra. La maggior parte dei testi di legge proposti per la conservazione parte dal presupposto errato che basti costituire biblioteche per la conservazione delle memorie.
Sarebbe paradossale vedere gli scaffali di una biblioteca7 completamente vuoti: cosa si vuole catalogare se i documenti non esistono?
Lo stesso problema si ripresenta quando si parla di educazione ed integrazione scolastica e, quindi, di diffusione della lingua indigena tramite l’insegnamento8. Qui le criticità sono di varia natura. Anzitutto ci colleghiamo a quanto precedentemente detto: se manca un corpus scritto, com’è possibile insegnare i fondamenti di una lingua quali la grammatica, le costruzioni verbali, i vocaboli, annessi e connessi?
Ma mettiamo caso che il corpus scritto (seppur esiguo) esista, come citato da Romero-Little nel suo articolo “Rethinking Indigenous Languages and Literacy”9; questo verrebbe utilizzato negli ambienti scolastici o universitari?
Dopo l’arrivo dei coloni, la letteratura indigena è stata considerata di second’ordine, “scarsa” rispetto a quella dei coloni, al punto che si parla di “riscoperta” perché è stata sempre associata ad una forma di intelletto inferiore.
La letteratura indigena risulta estremamente ostica, non solo concettualmente perché si ribella ai costrutti occidentali, ai paradigmi e ai topos letterari imposti, ma anche grammaticalmente. Senza dubbio è molto complesso riuscire a capire la letteratura di una lingua di cui si ha difficoltà a reperire persino la grammatica. A questo si aggiunge anche la barriera culturale: comprendere una cultura completamente diversa è già complesso di per sé, ma riuscire ad integrare nell’apprendimento della lingua una cultura martoriata da secoli e secoli di repressione è ancora più complesso. Anche perché i materiali per insegnanti non dispongono di specifiche al riguardo.
Quasi a voler rincarare la dose, si aggiunge un numero: i popoli indigeni riconosciuti in Messico sono 68, tutti completamente diversi fra loro, con una propria società, cultura e storia e geografia con un proprio sviluppo e corpus scritto, e tutti con un modo diverso di rivitalizzare la propria lingua.
Come si fa dunque a scegliere quali lingue portare nelle scuole e quali no? Come si può formulare un criterio su cui basare questa scelta, quali sarebbero i fattori da prendere in considerazione?
Inoltre, quali corpus potrebbero essere tradotti in spagnolo? Da quali si dovrebbe iniziare uno studio approfondito e sistematico? Infine, come si studia una lingua della quale i parlanti sono vittime sistematiche di tratte di esseri umani e di sparizioni misteriose che non vengono indagate e lasciate nei recessi degli archivi a prendere polvere?
Queste sono solo alcune delle domande che accompagnano la questione delle lingue indigene in Messico.
La stessa situazione si estende a tutto il Sud America e a tutti i luoghi toccati dalla colonizzazione che, ancora oggi, faticano a far emergere il sostrato culturale e linguistico esistente prima dell’arrivo dei coloni.
La rivitalizzazione delle lingue è fondamentale e va attuata con misure razionali che, prendendo atto della natura e delle caratteristiche delle fonti che abbiamo a disposizione, non cerchino semplicemente di preservarle (cosa che potrebbe sfociare in soluzioni paradossali, come la realizzazione di biblioteche prive di libri) ma di usarle come stimolo per la rinascita delle tradizioni (orali e non) di cui sono testimoni, infondendo nuova vita non solo nelle lingue ma nelle comunità che queste rappresentano.
Note
- Linguistica generale e storica, Ciancaglini-Keidan, Le Monnier 2018
- Constitución Política de los Estados Unidos Mexicanos, art. 2, párr. A, IV
- ibid, párr. A, VIII
- DECRETO por el que se aprueba el diverso por el que se adicionan un segundo y tercer párrafos al artículo 1o., se reforma el artículo 2o., se deroga el párrafo primero del artículo 4o.; y se adicionan un sexto párrafo al artículo 18, y un último párrafo a la fracción tercera del artículo 115 de la Constitución Política de los Estados Unidos Mexicanos, art. 4.
- LEY GENERAL DE DERECHOS LINGÜÍSTICOS DE LOS PUEBLOS INDÍGENAS
- Per un’excursus sull’argomento si consiglia l’articolo di Michele Ghilardelli.
- LEY GENERAL DE DERECHOS LINGÜÍSTICOS DE LOS PUEBLOS INDÍGENAS, CAP. IV, art.14 par.e
- LEY GENERAL DE DERECHOS LINGÜÍSTICOS DE LOS PUEBLOS INDÍGENAS, CAP. III, art. 13
- Rethinking Indigenous Languages and Literacy, Romero-Little, «Anthropology & Education Quarterly», Dec., 2006
