I sapori dell’eternità
Se c’è una celebrazione in cui il cibo assume un significato che trascende il semplice nutrimento, questa è sicuramente il Día de los Muertos in Messico, una festa straordinaria che celebra la vita più che la morte, e che ci ricorda di vivere ogni momento al massimo, affrontando la fine con un sorriso e con la speranza di rivedere, un giorno, le persone amate che non ci sono più. In questa festività millenaria, la gastronomia non è solo un piacere terreno, ma un vero e proprio ponte invisibile tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, dove le offerte gastronomiche posizionate sugli altari domestici, le ofrendas, servono ad accogliere le anime che, secondo la credenza popolare, tornano sulla Terra per una notte a trovare i propri cari. Questa ricchezza culturale è ultimamente entrata nei cuori di milioni di spettatori in tutto il mondo grazie al film d’animazione Disney-Pixar Coco (2017), che ha saputo dipingere con precisione etnografica e poetica il ruolo centrale della cucina e della famiglia nella cultura messicana. Tuttavia, si tratta di una celebrazione antica, le cui radici affondano in epoche remote, ben prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli.

Le antiche civiltà mesoamericane, come gli Aztechi, i Maya e i Toltechi, credevano che la morte non fosse la fine, ma una fase di transizione verso una nuova esistenza. Le date in onore dei morti a quel tempo erano molto importanti ed erano ben due: una festeggiata intorno al 16 luglio e un’altra, più grande, intorno al 5 agosto. Inoltre, per gli antichi Mesoamericani, la morte non aveva le connotazioni morali della religione cattolica, dove inferno e paradiso servono per punire o premiare, ma, al contrario, credevano che le rotte destinate alle anime fossero determinate dal tipo di trapasso e non dal comportamento tenuto in vita. Quindi, il luogo in cui l’anima sarebbe andata dopo la morte dipendeva dal modo in cui la persona moriva, non dal fatto che fosse stata “buona” o “cattiva” in vita.
Con la colonizzazione spagnola e la conseguente diffusione del cattolicesimo, la Chiesa decise di fondere i propri riti a quelli degli indigeni locali, facendo coincidere la festa di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti con la festività mesoamericana, mescolando così tradizioni europee e precolombiane. Al giorno d’oggi, la festa si celebra ufficialmente il primo e il 2 novembre, iniziando talvolta già dal 31 ottobre, ed è divisa tradizionalmente tra il primo giorno, dedicato agli angelitos, ovvero i bambini defunti, e il secondo giorno, riservato agli adulti.
Durante questi giorni, le famiglie messicane si riuniscono per visitare i cimiteri, pulire le tombe e allestire nelle case elaborati altari domestici decorati con fotografie dei defunti, candele, incenso e oggetti personali. L’altare prevede specifiche offerte simboliche: il sale rappresenta il gusto della vita e viene lasciato per purificare e rendere omaggio agli antenati, mentre l’acqua serve a dissetare le anime stanche dal lungo e faticoso viaggio dal regno dei morti. Inoltre, per guidare gli spiriti verso la propria casa ci si affida al copale, un incenso dal profumo intenso, e ai coloratissimi fiori di cempasúchil, la tipica calendula arancione, il cui aroma traccia un sentiero luminoso. Non mancano, ovviamente, le rappresentazioni ironiche ed esorcizzanti della morte, come la celebre Calavera Catrina, la Signora della Morte rappresentata con eleganti abiti francesi, nata come immagine satirica dalla matita dell’artista José Guadalupe Posada. Più in generale, la calavera, ossia il teschio, è tra i simboli più importanti di questa festa, sebbene i teschi messicani – dipinti con colori brillanti, decorati quasi sempre con fiori, a simboleggiare il defunto in un momento di gioia – siano un segno ricorrente in tutto il Messico e in ogni periodo dell’anno, rintracciabili fin nelle antiche incisioni delle popolazioni preispaniche.
Il cibo occupa il posto d’onore nell’allestimento dell’altare per un motivo ben preciso: si crede, infatti, che le anime, non potendo più masticare cibi solidi, possano assorbire l’aroma e l’essenza degli alimenti, riportando così con sé nel regno dei morti il ricordo e il piacere della vita terrena. Per questo motivo, accanto alle fotografie vengono disposti i piatti preferiti dal defunto per celebrare la sua memoria in modo intimo e personale. Il re indiscusso della tavola e dell’altare è il pan de muerto, un pane dolce tradizionale, aromatizzato con essenza di fiori d’arancio o anice. La sua forma, rigorosamente rotonda, simboleggia il ciclo continuo della vita e della morte, mentre le decorazioni superiori in pasta ricordano le ossa e le lacrime. Questo pane viene tradizionalmente consumato durante la colazione o come merenda, inzuppato in una ricca tazza di cioccolata calda speziata. Nel film Coco, il pan de muerto fa la sua comparsa fin dalle prime scene nell’altare della famiglia Rivera, rappresentando la materializzazione dell’attesa e il cibo che ristora le anime dopo il loro lungo viaggio.

Accanto al pane, spiccano le calaveras de azúcar, ovvero piccole statuette decorative di zucchero finemente decorate con glasse colorate e perline. Queste sculture, con inciso in fronte il nome dell’antenato, rappresentano i volti sorridenti dei defunti e, alla fine delle festività, vengono mangiate dai bambini per trasformare la paura della fine in dolcezza e continuità vitale. In Coco, questi teschi colorano ogni angolo della Terra dei Morti e degli altari terreni, rispecchiando perfettamente la filosofia messicana per cui la morte non è una fine buia, ma una festosa prosecuzione dell’esistenza.
Tuttavia, il banchetto offerto ai defunti non si ferma solo ai dolci e si arricchisce con una combinazione di agrumi, frutta, carne e spezie locali. Tra i cibi salati spiccano i tamales, un piatto millenario a base di farina di mais farcito con carni speziate, verdure o peperoncini, cotto al vapore avvolto nelle tradizionali foglie di mais o di banano. Nel film Coco, la severa, ma affettuosa Abuelita Elena esprime il proprio amore familiare offrendo continuamente tamales fatti in casa al piccolo Miguel, trasformando questo piatto nel simbolo per eccellenza della riunione familiare, della trasmissione dei saperi manuali e del calore domestico. Sugli altari trova spazio anche il mole, una delle salse più complesse della cucina messicana, preparata unendo peperoncini secchi, frutta secca, spezie aromatiche e cioccolato fondente, servita solitamente su carne di pollo o tacchino.
A completare la tavola rituale vi sono la cioccolata calda, il caffè, i dolci tradizionali e l’amaranto, un’antica pianta locale dai semi commestibili, utilizzata fin dall’epoca precolombiana per preparare i dolci tradizionali. Le bevande giocano un ruolo fondamentale: per scaldare le fredde notti di veglia nei cimiteri si sorseggia l’atole, un’antica bevanda densa e corroborante preparata a base di farina di mais, zucchero di canna integrale e cannella, mentre, per gli adulti, non mancano le bevande alcoliche amate in vita dai defunti, come tequila, mezcal, birra o vino.
In definitiva, il Día de los Muertos ci insegna che la memoria non è un esercizio nostalgico, ma un atto d’amore vivissimo che si siede a tavola con noi. Attraverso l’aroma del pan de muerto, la dolcezza delle calaveras e il calore dei tamales, i defunti tornano a far parte della famiglia, dimostrando che l’amore autentico è l’unica forza capace di vincere il tempo e la morte stessa.
