L’animo messicano ha il volto di donna
A immaginare il Messico soltanto attraverso il filtro color seppia brevettato da Soderbergh in Traffic (2000)1 — e che ha poi segnato la fotografia di serie tv come Breaking Bad —, capita di perdere tutte le altre sfumature di un Paese che affonda le proprie radici variopinte in una storia e una tradizione al confine tra il magico e il reale.
E, a proposito di questo confine, fu proprio nel clou della caccia alle streghe in Europa che, il 12 ottobre 1492, mettendo per la prima volta piede sul suolo del Nuovo Mondo, Cristoforo Colombo sancì il principio dell’Epoca moderna.
Se, in questa direzione, era già stata posta una prima pietra con la caduta di Costantinopoli nel 1453, alla fine del più grande Impero della storia occidentale seguiva adesso un nuovo inizio, che avrebbe decretato l’incontro tra due mondi completamente differenti, due declinazioni del genere umano che fino ad allora erano rimaste aliene l’una all’altra.

Ciò ovviamente non risultò subito chiaro: ci volle qualche anno prima che Amerigo Vespucci si rendesse conto che il continente in cui erano approdate le tre caravelle, e che avrebbe di lì a poco preso il suo nome, non c’entrava nulla con le Indie tanto anelate da Colombo.
Fu poi in una delle spedizioni successive, nel 1519, che Hernán Cortés e i suoi uomini sbarcarono sulle coste dell’odierno territorio messicano, giungendo nella capitale dell’impero azteco, Tenochtitlán2 (oggi Città del Messico), l’8 novembre dello stesso anno.
Qui, nonostante fossero in netta minoranza, i conquistadores furono capaci di ottenere il consenso e la collaborazione bellica delle popolazioni assoggettate al dominio azteco, che, unitamente all’avanguardia delle armi europee e alla crisi sorta tra l’imperatore Montezuma e gli altri esponenti al potere, decretarono il tramonto di un’intera civiltà3.
Ebbene, lo spargimento di sangue causato da questa prima colonizzazione fu —come sempre — mosso da un’insita supremazia europea, che si rifletté in scala ridotta nella ricerca di fortuna e prestigio dei singoli conquistadores. Ma la vera asprezza scaturì nel momento in cui questa violenza fisica dilagò anche sul piano ideologico, dando vita a un’opera di rieducazione e civilizzazione degli indigeni che, per mano della Spagna cattolica, non poteva che avere una matrice religiosa.
A legittimare quella che divenne una vera e propria crociata fu un aspetto tutt’oggi di grande interesse per gli etnoantropologi: come osservò Marvin Harris in Cannibali e re. Le origini delle culture (1977), i conquistadores di Cortés inorridirono davanti al ruolo fondamentale che violenza, morte e decadimento avevano all’interno della religione azteca, nella quale erano ammesse e contemplate pratiche di sacrificio umano e cannibalismo. Inoltre, se paragonate alla misericordia cristiana, molte delle divinità azteche risultavano assimilabili all’immaginario dell’Inferno dantesco: le cerimonie sacrificali, le cui vittime erano per lo più prigionieri di guerra e nemici, non avevano lo scopo di rendere gloria alle divinità, bensì quello di placarne la collera e la sete di sangue, che si sarebbe altrimenti scagliata sui fedeli attraverso catastrofi naturali4.

Ciò andò ad impattare non tanto sulla sensibilità spirituale dei conquistadores, quanto più sull’operazione di disumanizzazione degli indios, contribuendo all’idea di una necessaria rieducazione e civilizzazione — un altro controsenso se si pensa che, solo nella madrepatria spagnola, il Tribunale della Santa Inquisizione torturò e giustiziò in nome di un dio misericordioso più di duecentomila innocenti accusati di eresia.
Tralasciata qualsiasi coerenza morale e spirituale, si ricorse all’opera di civilizzazione tramite un grande piano di riconversione religiosa, che venne affidato ai missionari domenicani, francescani e agostiniani. Fu uno di loro, Bartolomè de Las Casas, a denunciare ufficialmente per primo la reificazione degli indigeni da parte degli encomenderos, proprietari terrieri5 che, contro i principi cristiani, avevano di fatto ridotto in schiavitù gli indios nelle loro proprietà terriere. Ma anche questa presa di posizione ebbe delle conseguenze, poiché, invece di regolamentare il lavoro agrario, si optò per sopperire alla mancanza di manodopera indigena importando schiavi dall’Africa, istituendo una vera e propria piramide sociale che vedeva via via sfumare il grado di umanità degli abitanti delle colonie6.
Ciò, per quanto grave e discriminatorio, ha erroneamente alimentato per secoli la tesi genocida: seppur in condizioni disumane causate dai colonizzatori, non furono le barbarie dei conquistadores, ma gli agenti patogeni e le malattie portate dall’Europa a sterminare il 95% della popolazione indigena7, impreparata a combattere quelle che nel corso dei secoli, per gli europei, erano ormai divenute soltanto delle leggere influenze.
Insomma, in questa incoerenza generale che lasciava sciabordare da tutte le parti una sete di potere e denaro, per convertire gli indios dalla fede animista, sciamanista e politeista alla fede cristiana serviva un vero e proprio prodigio. Specie di fronte alle epidemie e al disfacimento della propria civiltà, queste disgrazie erano da loro interpretate come una punizione divina, dal momento che qualsiasi pratica tributaria e sacrificale era stata vietata. Ebbene, questo miracolo non tardò ad arrivare.
Secondo la tradizione, tra il 9 e il 12 dicembre 1531, una dolce figura femminile dai tratti indigeni apparve a un umile contadino indio, Juan Diego Cuauhtlatoatzin, presentandosi come “coatlallope”, colei che schiaccia i serpenti. Gli affidò un compito: convincere il vescovo locale a edificare una basilica in suo onore. Questi non gli credette e così, durante la sua quarta e ultima apparizione, la candida figura chiese a Juan Diego di salire sulla collina di Tepeyac e cogliere dei fiori, i fiori di Castiglia, insoliti per quel periodo dell’anno e per il terreno brullo della zona. Sicché egli andò, li colse e li avvolse nella sua tilma, mantello tipico in fibra d’agave che, una volta al cospetto del vescovo, rivelò impressa su di sé l’immagine della donna apparsa al giovane indio.

Come è sempre stato sostenuto dai cattolici, presentandosi a Juan Diego, questa donna affermò di essere la Vergine Maria, in questa sua declinazione soprannominata “Morenita” per le sembianze indigene, e anche il vescovo, nel vedere la figura impressa nella tilma, avrebbe riconosciuto la Madonna, dando ragione al giovane.
Questo miracolo diede perciò un forte impulso all’opera di conversione della popolazione indigena, che vide la successiva edificazione di un santuario dedicato alla Madonna di Guadalupe (da “coatlallope”), definita da papa Giovanni Paolo II come “la prima evangelizzatrice dell’America Latina”8. Il Santo Pontefice fu infatti l’artefice della canonizzazione di Juan Diego, proclamata il 31 luglio 2002 a Città del Messico, annoverandolo come primo santo cattolico indigeno del continente americano.
Tutt’oggi il santuario di Nuestra Señora de Guadalupe è tra le più importanti mete per milioni di pellegrini cristiani, che qui possono ancora ammirare la tilma su cui fu impressa l’immagine della Vergine.
Al di là del credo religioso di ognuno, questa storia non può che far sorridere per la sua vicinanza agli umili e alla popolazione locale. Si può pertanto affermare che la questione di maggior interesse storico e antropologico non risieda tanto nella legittimità o meno di questo miracolo, quanto più nell’impatto che esso ebbe sulla tradizione culturale e religiosa degli indios, soprattutto nei termini dell’integrazione sociale.

Stando agli studi antropologici, si tratterebbe infatti di un importante fenomeno di sincretismo religioso9: l’altura di Tepeyac era già stata consacrata al culto di una divinità femminile, Tonantzin (“Nostra Madre” in lingua nahuatl), una delle declinazioni della Dea Madre della religione azteca.
Risulta quindi chiaro che per i fedeli indigeni, a prescindere da qualsiasi rivendicazione cristiana, la figura di Maria andò inevitabilmente a coincidere con questa divinità da loro già profondamente venerata, sovrapponendo così le due sacre madri.
Essi ebbero pertanto la possibilità di continuare a venerare Tonantzin pur sottostando alle regole e ai canoni identitari cristiani, mantenendo viva la fede indigena nei propri cuori.
Ciò costituì un compromesso sufficiente per i colonizzatori europei, che iniziarono ad abolire — almeno formalmente — la schiavitù degli indios nel 1542 con le Nuevas Leyes, le nuove leggi che Carlo V aveva emanato per tutelare la popolazione mesoamericana.
I reali cambiamenti sociali e le svolte integrative si ebbero solo col passare del tempo e con lo stabilizzarsi degli insediamenti abitativi, ma è possibile affermare che la Virgen morenita resta un importante simbolo del riconoscimento umanitario — prima ancora che religioso — non solo del popolo mexica10, ma di tutti gli indigeni assoggettati al dominio europeo.
Oltretutto, la sua eredità risiede oggi nel profondo della cultura messicana, che da questo fenomeno di sincretismo ha saputo mescolare due sfere di spiritualità completamente differenti, dando vita a tradizioni profondamente identitarie come il Dia de Los Muertos.
E, dilagando nel campo delle arti, la fusione tra magico e reale caratteristica di questa festività non la si ritrova soltanto nel singolare linguaggio pittorico di Frida Kahlo, ma anche nell’immaginario cinematografico che investe soprattutto il genere dell’animazione: prima ancora di Coco (A. Molina, L. Unkrich, 2017), nel 2014 Jorge R. Gutierrez realizzò Il libro della vita (The book of life) — tra i miei cartoni animati preferiti in assoluto —, anch’esso ambientato al confine tra regno dei morti e regno dei vivi. A renderlo speciale è soprattutto l’utilizzo dello stile Faux stop-motion11, che attraverso le sembianze lignee dei personaggi si ricollega all’artigianato locale dei burattini, tanto amato da Guillermo Del Toro, celebre cineasta messicano tra i produttori della pellicola. Egli, a proposito delle marionetas messicane, ha anche lavorato per 15 anni a una versione stop-motion della celebre opera collodiana, dando vita a Pinocchio (2022), un originale incontro tra la sua cultura e la tradizione fiabesca italiana12.

Insomma, si può confermare che le radici del Messico siano capaci di tingere in maniera poetica qualsiasi ambito della storia e dell’espressione umana. E pensare che, al suo cuore, al nodo che riunisce le sue molteplicità, risiede il volto di una dea, qualunque sia la sua identità.
Note
- C. Valeri, EFFETTO SODERBERGH – Il Filmaker del nostro tempo in “Sentieri Selvaggi”, 5 maggio 2013.
- J. M. González, Hernán Cortés, il conquistatore dell’impero azteco in “Storica National Geographic”, 2 dicembre 2024.
- G. Pellegrino, Le cause della caduta dell’impero azteco in “Storia verità”, 14 gennaio 2021.
- Cannibali e re. Le origini delle culture (1977), M. Harris, pag. 111. Il volume è disponibile gratuitamente su Internet Archive.
- J.J. Mark, La schiavizzazione dei Nativi nell’America coloniale in “World History Encyclopedia”, 16 ottobre 2021.
- M. Valko, Conquista y Esclavitud: un mismo genocidio in “Huella del Sur”, 10 aprile 2026.
- C. Cervera, Las razones que desmontan el mito del genocidio en América: las enfermedades mataron al 95% de población in “ABC”, 12 ottobre 2018.
- M. M. Morciano, La Vergine di Guadalupe, Madre della civiltà dell’amore in “Vatican news”, 12 dicembre 2020.
- Treccani.
- Altro termine per indicare il popolo azteco.
- Stile che simula l’aspetto, i difetti e i movimenti della tecnica di animazione stop-motion utilizzando strumenti digitali.
- M. Tassone, L’animazione che scolpisce la vita in “Fata Morgana web”, 19 dicembre 2022.
¿Qué onda?
Editoriale · L’Eclisse
Anno 6 · N° 6 · Ottobre 2026
Copertina di Maria Traversa.
Hanno partecipato alla realizzazione di questo editoriale: Riccardo Avantaggiato, Greta Beluffi, Bianca Beretta, Sarah Calderoni, Milena Cargnelutti, Chiara Castano, Giulia Coppola, Elena Floris, Michela Fraschilla, Veronica Gabrielli, Chiara Gianfreda, Lara Imperato, Alessandro Mazza, Mathilde G. Modica Ragusa, Marcello Monti, Francesca Musaro, Valentina Oger, Carlotta Pedà, Virginia Piazzese, Federica Raciti, Lorenzo Ramella, Vittoria Tosatto, Vittoriana Tricase, Maria Traversa, Carlotta Viscione, Alessia Volpicelli.
