Dopo aver tenuto in ostaggio le sale italiane per oltre un mese, Buen Camino di Checco Zalone lascia finalmente spazio ai capolavori che ci riserva questo 2026, ricco di promesse soprattutto per quanto riguarda il cinema d’autore. Nonostante stia inevitabilmente diventando sempre più mainstream, esso però continua a mantenere la propria essenza: quella di raccontare il mondo attraverso una macchina da presa che si fa sempre più umana, sfidando la tendenza all’automatizzazione di quest’epoca attraverso una delle chiavi di lettura più antiche di sempre: il teatro.
È proprio da dietro il sipario che Chloé Zhao ci parla nel suo Hamnet, nato come adattamento dell’omonimo romanzo di Maggie O’ Farrell sulle presunte origini di “Amleto”, capolavoro senza tempo di Shakespeare che avrebbe tratto ispirazione dalla prematura morte del figlio per renderne immortale la memoria. La regista lascia la legittimità di quest’interpretazione ai critici letterari, poiché, come ogni degno adattamento ispirato a fatti storici – e non basato su di essi – quest’opera non ha alcuna pretesa di veridicità storica o documentaria. Essa va ben oltre qualsiasi tentativo di spazzare via ogni altra idea su chi fosse davvero l’enigmatico drammaturgo e, tantomeno, la sua famiglia.
La fama che precede Shakespeare è tale che Zhao ce lo presenta semplicemente come Will, non è del Bardo che vuole raccontare. Di conseguenza, finiscono in secondo piano le critiche mosse da Sir Ian McKellen, grande interprete del teatro shakespeariano, che, come ha dichiarato al quotidiano The Independent, si aspettava un film fedelmente biografico con una visione più ampia su ciò che influenzò la stesura del dramma del Principe di Danimarca.
Chloé Zhao lascia così in secondo piano Shakespeare per indagare il senso dell’arte e della poesia nell’origine di ogni cosa: quell’abisso che si apre nella foresta, lo stesso che prende forma in fondo al palcoscenico su cui esordisce Amleto. Esso è allo stesso tempo amorevole ventre materno e crudele porta degli inferi, cuore di una natura ancestrale il cui richiamo si fonde con l’urlo di Agnes, interpretata da una magistrale Jessie Buckley, che fa del dolore il più potente mezzo di attaccamento alla vita. Anzi, il suo lutto diventa qui un ponte tra la vita e la morte, tra il ventre dell’albero in cui la troviamo rannicchiata all’inizio del film e il varco stagliato in fondo al palcoscenico. Così, il teatro diventa anche per lei una vero e proprio mezzo catartico, capace di dare un senso persino alla morte del figlio.

Anche noi spettatori veniamo improvvisamente colti da questa catarsi, tanto che dalla sala ci ritroviamo direttamente in piedi nella platea del Globe, diventando scrutatori del dilemma umano, che ci svela come l’unica certezza della nostra esistenza risieda proprio nell’incertezza. Di quest’ultima è portavoce il proverbiale dubbio amletico recitato religiosamente lungo le rive del Tamigi da Paul Mescal, in un poetico omaggio al teatro e al nichilismo, come se Shakespeare si fosse improvvisamente trasformato in quel pastorello leopardiano che rivolge invano le proprie domande a un’indifferente luna.

Jessie Buckley nel ruolo di Agnes in Hamnet (2026), di Chloé Zhao. Fonte Pinterest. 
Paul Mescal nel ruolo di William e Noah Jupe nel ruolo di Hamlet in Hamnet (2026), di Chloé Zhao. Fonte Pinterest.
Se la sensibilità di Mescal aveva già raggiunto il suo culmine in Aftersun (2022), dolce e malinconica pellicola di Charlotte Wells, e Buckley aveva già dato prova del suo talento in film controversi come The Lost Daughter (2021) e I’m thinking of ending things (2020), è qui che cogliamo davvero il talento di Jacobi Jupe. A poco più di dieci anni, incanta soltanto con il suo sguardo nella scena finale, struggente e allo stesso tempo liberatoria, che sancisce l’immortalità del piccolo Hamnet. La sua anima si fa adesso più serena, non vaga più tra le quinte, ma cammina finalmente sicura verso quel buio tanto temuto, consapevole di aver ingannato la morte per davvero.
A elevare ulteriormente la scena è la colonna sonora, composta da Max Richter, che mette in primo piano gli archi come se fossero l’unica voce capace di parlarci in questo momento sospeso dalla realtà, esaltando la dimensione teatrale in maniera commovente.
È questo che amo di più del cinema: il potere di racchiudere insieme infinite forme d’arte.
Chi la pensa così non può certamente essersi lasciato sfuggire il filo sottile che lo collega a un altro diamante di questo 2026, che da Amleto si sposta più verso la figura di Ofelia in Sentimental Value di Joachim Trier, dove ancora una volta i rapporti familiari e il teatro diventano la chiave per leggere la complessità umana. Teatro che, tra il lavoro da attrice e la storia personale della protagonista, torna sempre sulla figura di Shakespeare. Non per niente, è ancora oggi considerato un visionario: egli fu tra i primi a ricercare una recitazione che fosse non più declamazione e artificiosità, bensì ricerca dell’interiorità e di una nuova connessione col pubblico, così come auspicato dal teorico Angelo Ingegneri nel suo trattato Della poesia rappresentativa e del modo di rappresentare le favole sceniche (1598)1. Egli proponeva la figura di un drammaturgo più dedito all’efficacia della messa in scena che al testo in sé, o meglio: il testo doveva essere capace di parlare allo spettatore attraverso l’attore, e viceversa il talento dell’attore stava nel dar voce al testo raggiungendo l’animo dello spettatore .

Tutto, del teatro elisabettiano, comunica questo intento: dalla struttura comunitaria del Globe Theatre alla minuziosità delle sceneggiature che prendono distanza dai canovacci della commedia dell’arte, che intanto andavano sempre più affermandosi in Italia, troppo stretti per l’indole sensibile dell’essere umano secondo il Bardo.
Dopo l’acclamato La persona peggiore del mondo (2021) e con una sensibilità non distante da quella di Zhao, Joachim Trier affida nuovamente il ruolo da protagonista a Renate Reinsve, sancendo così un legame cinematografico che si prospetta all’altezza del rapporto Sorrentino-Servillo, con quella capacità mostrata tanto da Reinsve quanto da Servillo di dar voce in maniera autentica ai propri registi.
La narrazione ruota dolcemente attorno alla casa di famiglia, che colpisce non per la sua bellezza, bensì per il suo piccolo ma cruciale difetto: una crepa, che dalle fondamenta si dirama fino al tetto, facendo sprofondando l’abitazione in un lento ma inevitabile declino. Un decadere che la protagonista, Nora, sente dentro di sé sin da quando suo padre, il tormentato regista Gustav Borg, andò via di casa tanti anni prima. Eppure, nonostante questa assenza, egli riesce a scorgere nella figlia quel medesimo tormento che lo affligge, come se fosse un gene che, di generazione in generazione, ha gradualmente toccato tutta la famiglia. Borg decide così di scrivere per lei una sceneggiatura, che più intima non potrebbe essere, ma Nora non vuole nemmeno leggerla. Sente di non dover niente a quell’uomo.

Renate Reinsve nel ruolo di Nora Borg in Sentimental Value (2026), di Joachim Trier. Fonte Pinterest. 
Stellan Skarsgård nel ruolo di Gustav Borg e Renate Reinsve nel ruolo di Nora Borg in Sentimental Value (2026), di Joachim Trier. Fonte Pinterest.
Ci prova ad accontentarsi dei suoi ruoli a teatro, ma Nora si sente un’eterna Ofelia. Tuttavia, quella sceneggiatura parla di lei, non le lascia alcuna via di fuga, che sia dal padre o da se stessa, e di questo è convinta anche la sorella, Agnes, altro fondamentale tassello di questo mosaico familiare, collocato perfettamente nel primo piano che cita e celebra Persona (1966) di Ingmar Bergman, in cui i volti dei personaggi si alternano mescolandosi l’uno con l’altro sotto una luce che sembra filtrare proprio da quella crepa lungo le mura di casa. È un’immagine sublime: una ferita che si fa feritoia, il punto giusto da cui ricominciare. Un tallone d’Achille che invece di uccidere permette di rinascere.

È sotto questa luce che ci lascia la conclusione, con una malinconia che molla la presa lasciando che da quella crepa entri una nuova brezza.
La sensibilità di artisti come Zhao e Trier permette al cinema di continuare ad essere un potente mezzo di contrasto verso l’angoscia in cui sprofonda la nostra società. Forse molti pensano che il mondo migliore per affrontarla sia anestetizzandola con film adrenalinici o comici fino a livelli nauseanti. Invece è proprio indagando quella crepa che riusciamo a comprendere meglio, solo così prendiamo coscienza di come resti ancora tanta bellezza dentro e attorno a noi.
Se questi due film vi hanno anche solo sfiorato, vi lascio qualche titolo per emozionarvi ancora un po’: i già citati “Aftersun” di Charlotte Wells (la mia performance preferita di Paul Mescal) e “La persona peggiore del mondo” di Joachim Trier (nel caso ve lo siate perso prima di “Sentimental Value”); “Big Fish” di Tim Burton (se avete voglia di un pizzico di fantasia in più); “Tre ciotole” di Isabel Coixet (uno dei più dolci film italiani degli ultimi tempi).
Note
- L. Allegri, L’arte e il mestiere, 2005, pag. 86.

Michela Fraschilla
Nata e cresciuta a Vittoria tra il mare e il barocco siciliano, ho scoperto dal 2022 la quiete delle campagne toscane, dove prima ho frequentato il quarto anno di liceo presso Rondine Cittadella della Pace, in provincia di Arezzo, e poi la facoltà di Beni Culturali a indirizzo Spettacolo presso l’Università di Siena. In quest’arco di tempo ho riscoperto l’amore per il cinema e per la musica, che considero le mie due finestre preferite da cui ammirare il mondo.
La mia giornata ideale? Non la saprei definire precisamente, ma so che ci sarebbero parecchio sole, un prato di margherite e tantissimi vinili.
