Non è facile decidere come iniziare una recensione di Orso di Marian Engel. La versione clickbait, probabilmente, sarebbe: “se avete voglia di leggere un libro in cui un’archivista frustrata si ritrova in una villa immersa nella natura, dove conosce un orso con cui inizia ad avere dei rapporti sessuali, ho il titolo che fa per voi”.
È ovvio che sia d’obbligo citare questo elemento della trama, ma non vorremmo ricorrere a pruderies e sghignazzate. Orso, poco più di cento pagine, è un romanzo interessato al rapporto civiltà/natura e storia/modernità, ma evita intelligentemente di cadere in una dicotomia banale. Considerato un classico femminista, il libro si sviluppa come la storia di un risveglio erotico che è solo uno degli aspetti di una riconnessione al mondo pre-urbano. I dettagli sensoriali (l’odore, le reazioni corporee) sono messi in primo piano fin dall’inizio della narrazione, in un modo che quasi stordisce il lettore, totalmente disabituato all’inclusione di dettagli così fisici nei romanzi. Eppure è proprio lungo queste linee che si rivela il progetto femminista di Engel, ripubblicato nel 2024 da La Nuova Frontiera con la traduzione di Veronica Raimo.
Durante il suo soggiorno sull’Isola di Cary, acquistata da un eccentrico colonnello nel XIX secolo, Lou instaura un rapporto con la storia del luogo in cui si trova, un rapporto ben più profondo di quello che può trovare nei polverosi e delicati libri dell’Istituto per cui lavora, di cui non viene mai rivelato il nome. Anche a chi, come chi scrive, non è esperto di storia del Canada, appare evidente come uno degli ancoraggi del romanzo sia il fantasma della presenza indigena nel Paese, in particolare dei Cree, che non a caso sono tradizionalmente molto legati agli orsi. In molte storie del popolo Cree, l’orso è visto come un simbolo di connessione tra l’uomo e la natura: spesso ha il ruolo di guida spirituale, o comunque è considerato una sorta di antenato, anche in virtù delle somiglianze anatomiche tra umano e orso. Non per questo Engel cade nella trappola di umanizzare l’orso, che resta sempre imperscrutabile a Lou e al lettore, mera “tela” su cui proiettare qualsiasi sentimento o pensiero. Di Lou, invece, conosciamo ogni osservazione, fantasia e frustrazione, ma la sensazione è comunque che esista una certa distanza, specialmente quando la protagonista evoca le sue memorie d’infanzia, sempre in modo frammentato, quasi debba compiere uno sforzo per ricostruirle, per farle emergere dal mare di cinismo adulto e metropolitano.
Ora sapeva di amarlo. Lo amava in modo così esorbitante che il resto del mondo si era ridotto a un inutile groviglio senza senso, a parte il paesaggio, che esisteva al di là di loro: neutrale, con i suoi personali orgasmi estivi. (p. 106)
Orso, nonostante una buona dose d’ironia e la brevissima durata, non è affatto un libro semplice. A volte è addirittura respingente, come nei passaggi in cui Lou si lascia completamente andare alla passione per l’orso. C’è qualcosa di animalesco in queste pagine, che colpiscono il lettore per la mancanza di freni della “società civilizzata”. L’isola di Cary, descritta con dovizia di particolari nella flora e nella fauna (più volte vi troverete ad aprire il dizionario sul nome di qualche tipo di insetto o uccello), si presenta come una sorta di “cerchio magico” dotato di regole proprie e di un’atmosfera al limite del surreale.
Come dicevamo, quest’ambientazione è fondamentale per la proposta femminista di Engel. A differenza di un femminismo riformista più conosciuto nel mondo occidentale, l’autrice suggerisce, senza mai esplicitarla, un’operazione ben più drastica: eradicare la struttura sociale, in senso marxista, per rimuovere anche le sovrastrutture opprimenti, tra le quali il patriarcato. Nel ritornare ad una società pre-coloniale (non a caso, i Cree erano tradizionalmente matriarcali, prima dell’arrivo dei colonizzatori protestanti), è come se Engel ci riportasse ad un’infanzia collettiva, proponendo di imparare da zero le norme sociali, questa volta da una scuola che non sia quella WASP (protestante, bianca e anglo-sassone) e capitalista. Il tema dell’infanzia, non a caso, occupa non poco spazio all’interno del romanzo; ma si tratta di un’infanzia vicina al pensiero di Philip Larkin o William Wordsworth, o, per restare vicino a casa, di Giacomo Leopardi.
Non si sono spese molte parole, in questa recensione, per la componente pornografica del romanzo. Da una parte, questa occupa a dire il vero una percentuale abbastanza ridotta della narrazione: la prima metà del libro serve esclusivamente a “preparare la scena”, a presentare i personaggi, il luogo, il lavoro di Lou. Le scene erotiche, se così possiamo definirle, visto l’oggetto del desiderio, spesso iniziano in medias res e anche il primissimo incontro sessuale tra l’orso e Lou succede quasi per caso, eliminando la componente di eccitazione ascendente del lettore che solitamente precede le scene di sesso. D’altro canto, il lato pornografico è decisamente quello meno interessante, anche se effettivamente funziona bene nel motivare la lettura nei primi capitoli. D’altronde, la curiosità non può che attivarsi, davanti a una premessa del genere.
Orso è, senz’ombra di dubbio, uno dei romanzi più bizzarri che si possano incontrare, anche se il rigore quasi algido della scrittura non lo farebbe sospettare. È anche, però, un romanzo stratificato, le cui sfaccettature si rivelano lentamente e fino a molto tempo dopo aver letto l’ultima pagina. Il consiglio, dunque, è quello di non crearsi aspettative né pregiudizi e di prendersi un pomeriggio per sé, magari immersə nella natura, e immergersi nello strano mondo di Orso di Marian Engel.
Ringraziamo La Nuova Frontiera per la copia stampa.

di Valentina Oger
Nata a Bologna nel lontano 2002, ha girato l’Italia (e, per dieci mesi, la Corea del Sud) prima di approdare al DAMS dell’Università di Torino. Generalmente è la meno socievole del gruppo – ha madre ligure e padre francese – e per L’Eclisse fa l’uccello del malaugurio. La sua ossessione principale è il cinema, ma è abbastanza eclettica: le sue ultime celebrity crushes includono Orson Welles, Magnus Carlsen, Farinata degli Uberti e Paul McCartney nel ’66. Ha tre gatti e molti dubbi.
