Il gioco del Go
In Cina, dove questo gioco è nato più di 3000 anni fa, prende il nome di Wéiqí (圍棋), che vuol dire pressappoco “gioco dell’accerchiamento”. In Corea, dove è diventato popolarissimo (al punto che, secondo alcune stime, tra il 5 e il 10% della popolazione vi gioca regolarmente) e da cui provengono alcuni dei giocatori più forti della storia, viene chiamato Baduk (바둑), probabilmente una crasi delle parole campo e pietra1, usate per descrivere rispettivamente il campo da gioco (una griglia quadrata di dimensioni variabili, ma lo standard è 19×19) e le pedine da piazzare su questo campo, dette appunto pietre. Invece noi occidentali, o almeno i pochi di noi che ne hanno sentito parlare e vi si sono cimentati, lo conosciamo con il suo nome giapponese, translitterazione nipponica di un antico termine cinese, una parola tanto breve quanto evocativa e magica, Go (碁).
Si potrebbe parlare per ore della ricchissima storia del Go, dalla sua invenzione, che si perde nelle nebbie del tempo e si mescola con la leggenda2, ma che sappiamo per certo essere antichissima3, alla sua evoluzione e diffusione in tutto l’estremo oriente, della sua fioritura in Giappone durante il periodo Edo (1603-1868), fino a raggiungere persino l’occidente durante la modernizzazione del Giappone nel periodo Meiji (1868-1912). Ma in questo articolo vorrei in realtà provare a fare qualcosa di diverso: insegnarvi a giocare. Non preoccupatevi, non vi chiederò di procurarvi un tavoliere 19×19, né tantomeno le centinaia di sassolini bianchi e neri necessari per riempirlo. Vi spiegherò semplicemente le regole, cercando di invogliarvi a provare il gioco, magari in compagnia.
Durante la sua storia millenaria, le regole del Go sono rimaste pressoché invariate, tanto che le poche differenze tra le regole cinesi e giapponesi sono legate unicamente al modo in cui si contano i punti alla fine della partita, e solo in rarissime circostanze (si stima una partita su diecimila) differiscono. Questo perché, fondamentalmente, le regole del gioco del Go sono due. I due giocatori (e qui, a differenza degli scacchi, il giocatore con le pietre nere muove sempre per primo), a turno, posizionano una pietra su uno spazio libero del goban, la “scacchiera” del Go (lo standard è 19×19, ma per imparare andrà benissimo anche un semplice 9×9) con lo scopo di occuparne una regione quanto più larga possibile. Se una pietra, o un gruppo connesso di pietre, viene completamente circondato dalle pietre avversarie, viene catturato e rimosso dal gioco. Questa regola è detta anche regola delle libertà: ogni pietra deve avere almeno una libertà, ovvero uno spazio libero adiacente. Se la pietra è parte di un gruppo, ovvero di un insieme di pietre adiacenti, allora almeno una delle pietre del gruppo deve avere almeno una libertà: il gruppo si comporta, essenzialmente, come una singola grande pietra. Se il gruppo perde tutte le sue libertà, tutte le pietre che lo compongono vengono rimosse dal gioco.
La seconda regola è la regola del ko, ovvero la regola della ripetizione. Un giocatore non può riportare il gioco nella posizione immediatamente precedente a quello dell’ultima mossa dell’avversario (cosa che può succedere, per esempio, con la cattura di una singola pietra). Questa regola serve a prevenire le situazioni di stallo, altrimenti abbastanza comuni, che impedirebbero alla partita di proseguire.
Le regole finiscono qui. Tutto il resto, strategie, tattiche, trappole e quant’altro, si impara giocando, partita dopo partita. Non è un gioco semplice: durante le vostre prime partite, avrete la sensazione di fare mosse “a caso”. Farete errori stupidi e vedrete tutte le vostre pietre scivolare via dal goban. Non spazientitevi: una partita alla volta, imparerete a vedere i pattern del Go, ad accorgervi dei pericoli che minacciano le vostre pietre, e ad approfittare delle opportunità di attaccare il vostro avversario. Fino a che, giunti al momento di contare i punti4, scoprirete che, senza neanche quasi accorgervene, avete vinto!
Il gioco del Go, molto più che altri giochi come gli scacchi, funziona quasi per “intuizione”. Ci sono centinaia di mosse possibili ad ogni turno, e la scelta di dove posare la prossima pietra segue tanto dal ragionamento logico (che emerge prepotentemente nelle situazioni più tattiche) quanto dalla sensazione che sia proprio quella la mossa giusta. È difficile da spiegare, ma a volte non c’è una mossa davvero “corretta”. Bisogna scegliere cosa fare bilanciando l’attacco e la difesa, cercando di usare le pietre in modo intelligente, scegliendo quando ostacolare l’avversario e quando lasciarlo fare. È opinione comune, tra i giocatori più esperti, che giocando a Go sia impossibile nascondere la propria vera natura, e che sia possibile capire molto di una persona semplicemente guardando le scelte che fa giocando.
Il pittore cinese Huang Binhong metteva sullo stesso piano il gioco del Go e la pittura, sostenendo che entrambe le attività consistessero nell’infondere vita a degli spazi vuoti. In effetti, sia la pittura che il Go facevano parte, insieme alla calligrafia e alla musica, delle quattro arti che i letterati, i burocrati eruditi della Cina imperiale, dovevano apprendere. In Estremo Oriente, nelle culture in cui il gioco in cui si è maggiormente diffuso, il Go è considerato non solo un momento di svago ma un vero e proprio sforzo creativo, alla pari di un’arte, e chi lo pratica è generalmente rispettato come intelligente e saggio. In Tibet, il Go è anche uno strumento di divinazione, legato alla tradizione religiosa animista Bön. Nella cosmologia Bön, le pietre bianche e nere rappresentano le forze cosmiche della vita e della morte, e l’esito della partita può aiutare a capire la condizione attuale dell’universo5.
Per alcuni il Go è “solo” un gioco, per altri un momento di riflessione, per altri ancora un’occasione per esprimersi e mettere in mostra la propria personalità. Per me il Go è un momento di relax, un momento per sedermi comodo sulla poltroncina e concentrarmi sulla partita (prevalentemente online, dato che purtroppo non è molto diffuso in Italia), spremendo le meningi per cercare di sconfiggere il mio avversario. E per voi, che cos’è? Se non conoscevate il gioco del Go, o lo conoscevate ma non lo avete mai provato, spero di avervi incuriosito a sufficienza da cimentarvi nella vostra prima partita. Se invece, come me, avete già un po’ di esperienza, spero di avervi fatto venire voglia di giocarne un’altra. In ogni caso, vi auguro di divertirvi (e chissà, magari davvero anche di conoscervi meglio) almeno quanto mi diverto io sul goban, sia fisico che virtuale.
Note
- 그런, 우리 말 은 없다. (2005). Corea del Sud: 태학사. (sì, perdonatemi, ma l’unica fonte di questa informazione si trova esclusivamente in coreano).
- Secondo una di queste leggende, il gioco sarebbe stato inventato dal leggendario imperatore cinese Yao per insegnare a suo figlio Dan Zhu i valori della disciplina, della concentrazione e dell’equilibrio.
- Il gioco viene menzionato nei Dialoghi di Confucio, un testo del III secolo a.C.
- Una partita di Go finisce quando entrambi i giocatori passano (un giocatore ha sempre l’opportunità di passare il turno se non vede mosse utili). Quando questo accade, la partita finisce e si contano i punti, ovvero l’area del goban controllata dalle proprie pietre (il modo in cui fare questo conto è diverso per le regole cinesi e giapponesi).
- Shotwell, Go! More Than a Game (2011), C. 16, The History of Go.




