Saffiche magiche e pirati gay: i personaggi queer negli anime giapponesi

In apparenza enigmatica e curiosamente esotica, a tratti anche incomprensibile da un punto di vista prettamente eurocentrico, la cultura giapponese è, in realtà, non più complessa di quella di qualsiasi altro Paese in qualsiasi continente del mondo, capace di grande innovazione in alcuni aspetti, e in altri profondamente ancorata al proprio passato e alle proprie tradizioni e convenzioni. Questa contraddittorietà è particolarmente evidente se si prende in esame la storia dell’omosessualità e della cultura queer giapponesi.
Fin dal periodo Heian (794-1185) si trovano riferimenti più o meno impliciti in merito ai rapporti omosessuali o omosociali nella letteratura e poesia di corte, che poi diventano parte integrante della cultura e società giapponese durante tutto il periodo Edo (1600-1868). I rapporti omosessuali (prevalentemente maschili, essendo l’omosessualità femminile presa meno in considerazione, seppur non interamente trascurata) non soltanto non sono criminalizzati in nessun modo, ma occupano, anzi, uno spazio piuttosto considerevole nelle rappresentazioni artistiche e letterarie nipponiche, così come nella vita privata e pubblica degli uomini.
È solo con l’inizio del periodo Meiji (1857-1912) che l’omosessualità acquisisce la connotazione di “tabù” e “perverso” che caratterizza anche la società Occidentale. Questa nuova visione, almeno in parte, è proprio risultato dei rapporti economici e culturali che, con la fine dell’isolazionismo del periodo Edo, si stabiliscono fra il Giappone e l’Europa, portando ad un inevitabile influenza bilaterale in tutti gli ambiti, da quello artistico (per esempio dando nascita a movimenti artistici e culturali come l’Orientalismo e Giapponismo) a quello medico-scientifico. L’Europa infatti, alla fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, vede un forte avanzamento nel campo medico-scientifico e pischiatrico, e l’omosessualità, da semplice “peccato” o crimine, diventa sempre più patologizzata, visione che poi verrà adottata anche dalla società giapponese.
È così che, nel periodo Taishō (1912-1925), a cavallo fra le due Guerre Mondiali, l’arte giapponese vede un vero e proprio boom “hentai”: la sessualità “perversa” e sregolata viene esplorata all’interno dell’arte, specialmente ricollegandola all’ero-guro nansensu (termine che racchiude le parole “erotico”, “mostruoso” e “grottesco”). Per quanto questo genere artistico tocchi tutte le sfumature della sessualità, identità o presentazioni di genere, è comunque possibile osservare un graduale spostamento verso una raffigurazione più negativa o più problematizzata delle identità queer.

Il periodo Taishō, contrariamente alle ere precedenti, vede un aumento per quanto riguarda le rappresentazioni dell’omosessualità femminile (o saffiche), in parte grazie alla nascita della Takarazuka Revue Company (una compagnia artistica interamente femminile) e alla fondazione dei primi collegi femminili. Tuttavia, le relazioni saffiche soffrono del doppio standard comune anche alla letteratura e arte occidentali: se, da un lato, le storie saffiche sono “trasgressive”, scandalose, e per questo pruriginose o stuzzicanti, dall’altro esse sono considerate più spirituali ed emotive, meno “carnali” e sessuali della loro controparte maschile.
Gli anni ‘30 si caratterizzano invece per un militarismo sempre più forte; le “devianze” sessuali sono tendenzialmente scoraggiate, così come i discorsi scientifici sulla sessualità. Durante il secondo Dopoguerra, ri-emerge un interesse sempre più crescente verso l’esplorazione sessuale: vengono fondati giornali, riviste e periodici legati alla sessualità (etero e non) e alle identità di genere, nascono anche i primi spazi di socializzazione queer (bar e locali) o “tavole rotonde”, alle quali partecipano sia uomini gay che donne lesbiche. È così che si arriva al “gay boom” degli anni ‘90.
La rappresentazione di identità o esperienze queer non si limita solo ad articoli scientifici, riviste di mutuo-aiuto o romanzi erotici e pornografici, ma va a toccare anche popolarissimi media di intrattenimento come i manga e gli anime, elementi essenziali al panorama culturale giapponese già a partire dagli anni ‘70. Gli anime e manga a tema esclusivamente o principalmente gay e lesbica (yuri o Girl’s Love e yaoi o Boy’s Love) occupano uno specifico spazio all’interno di un “ombrello” di generi e sottogeneri ben più ampio. Ciò non significa, però, che queste tematiche siano relegate solo ed esclusivamente all’interno dei sottogeneri yuri, yaoi o hentai: molti dei personaggi di anime e manga più amati dalla generazione anni ‘90/2000 (europea e non) si caratterizzano proprio per una certa “fluidità” sessuale e di genere. Quindi, pur senza rendersene conto, molti spettatori cresciuti in quegli anni hanno incontrato fin dall’infanzia figure che sfidavano le tradizionali categorie di maschile e femminile, offrendo rappresentazioni spesso rivoluzionarie per il loro tempo.
Da Sailor Uranus e Sailor Neptune, simbolo di una relazione lesbica censurata in numerosi adattamenti occidentali, alla principessa Utena, che mette in discussione i ruoli di genere e le dinamiche del desiderio, fino ad arrivare ai personaggi apertamente queer di opere di fama mondiale come One Piece o Le bizzarre avventure di JoJo, l’animazione e il fumetto giapponese hanno costruito un immaginario sorprendentemente ricco e sfaccettato. Alcune di queste rappresentazioni hanno anticipato di decenni il dibattito contemporaneo sull’identità di genere e sulla sessualità. Altre, al contrario, riflettono stereotipi e contraddizioni ancora profondamente radicati nella società giapponese. È proprio in questa tensione tra innovazione e convenzione che si inseriscono alcuni dei personaggi più iconici della cultura pop giapponese.
1. Sailor Moon: Sailor Uranus e Sailor Neptune
Se esiste una coppia che ha segnato un “prima” e un “dopo” nella rappresentazione queer degli anime, non si può non nominare quella formata da Haruka Tenō (Sailor Uranus) e Michiru Kaiō (Sailor Neptune). Comparse per la prima volta nel 1994 all’interno della terza stagione di Sailor Moon, le due guerriere rappresentano una delle prime coppie lesbiche esplicitamente presenti in un anime destinato ad un pubblico estremamente vasto.
La loro importanza, tuttavia, va ben oltre la semplice rappresentazione di una relazione tra due donne. Haruka è un personaggio che mette continuamente in crisi le categorie tradizionali di genere: indossa abitualmente abiti maschili, viene spesso scambiata per un ragazzo, utilizza forme linguistiche tipicamente maschili e si muove con un carisma che richiama l’immaginario del principe più che quello della principessa. La stessa Sailor Moon arriva a suggerire che Haruka sia contemporaneamente “uomo e donna”, rendendo, quindi, la sua identità volutamente fluida.
La relazione con Michiru è presentata con estrema naturalezza: le due convivono, si sostengono reciprocamente e crescono insieme la piccola Hotaru (la futura Sailor Saturn), dando vita ad una delle prime rappresentazioni di famiglia queer. Non è un caso che oggi siano considerate vere e proprie icone LGBTQ+, come sottolineano numerosi studi sulle magical girls.
La loro storia è, però, anche la storia della censura. Negli Stati Uniti, Haruka e Michiru vennero trasformate in cugine “molto affiatate”, mentre in altri adattamenti europei la componente romantica fu fortemente attenuata, dimostrando come fossero le traduzioni occidentali, più che l’opera originale, a percepire problematiche quelle identità queer: «the relationship between Haruka and Michiru exemplifies how the Westernization of Sailor Moon works to maintain heteronormativity and normative-bodies by erasing queer desire and identities.»

2. Revolutionary Girl Utena: Utena Tenjō
Revolutionary Girl Utena (1997) compie un passo ulteriore rispetto a Sailor Moon: mette in discussione l’intero sistema di ruoli su cui si fondano genere, amore e potere.
All’Accademia Ōtori, la protagonista Utena Tenjō rifiuta il ruolo della principessa destinata ad essere salvata e sceglie, invece, quello del principe: infatti, indossa un’uniforme maschile e combatte i duelli in Accademia.
La sua storia si intreccia con quella di Anthy Himemiya, la misteriosa “sposa della Rosa”, una ragazza destinata ad appartenere al vincitore di una serie di duelli rituali. Dopo aver conquistato questo ruolo, Utena sceglie, però, di trattare Anthy con rispetto e gentilezza, rompendo la logica del possesso che aveva caratterizzato tutti i precedenti sfidanti. Con il susseguirsi dei duelli, il loro rapporto si trasforma in un legame sempre più profondo, fatto di fiducia, sostegno reciproco e intimità emotiva: Anthy arriva persino a intervenire per aiutarla durante uno scontro decisivo e, nelle opere successive come The Adolescence of Utena (1999), il loro amore viene reso esplicito attraverso un bacio.
Lo studioso Giancarlo Cornejo definisce Utena come una figura capace di offrire ai giovani spettatori queer uno spazio di identificazione positivo, trasformando la “tragic lesbian” della tradizione narrativa dei primi shōjo in una figura di resistenza e possibilità. L’anime diventa così un luogo in cui immaginare un’esistenza diversa dalla standardizzata e classica realtà eteronormativa.

3. Lady Oscar: Oscar François de Jarjayes
Negli anni Settanta arriva in Giappone Le rose di Versailles, il manga scritto e disegnato da Riyoko Ikeda, e che in Italia diventerà celebre con il nome di Lady Oscar grazie all’omonima serie animata. Oscar François de Jarjayes nasce biologicamente donna, ma viene cresciuta come un uomo dal padre, affinché possa assumere il comando della Guardia Reale francese e proteggere Maria Antonietta, promessa sposa del futuro Luigi XVI.
L’ambientazione del manga in Europa, più precisamente nella Francia prerivoluzionaria, è una scelta tutt’altro che casuale: gli shōjo manga degli anni Settanta ricorrono spesso ad ambientazioni europee e contesti aristocratici intesi come spazi “altri”, lontani dalla società giapponese contemporanea, all’interno dei quali è possibile esplorare desideri, identità e relazioni che sfidano le convenzioni eteronormative senza mettere direttamente in discussione l’ordine sociale del Giappone.
Per intere generazioni di lettori e spettatori Oscar è stata la prima vera crepa nel sistema binario di genere: una donna che esercita autorità militare, veste un’uniforme maschile, impugna la spada e viene riconosciuta come uno dei più autorevoli comandanti dell’esercito francese. La sua mascolinità non è un semplice travestimento destinato a essere smascherato, ma una dimensione stabile della sua identità sociale, che convive con la sua femminilità, ma senza la necessità di essere ricondotta ad un unico modello, poiché incarna contemporaneamente il principe e la principessa, il soldato e la donna innamorata.

4. One Piece: Kikunojo
Con oltre mille capitoli pubblicati e centinaia di personaggi, One Piece rappresenta uno dei fenomeni editoriali più importanti della storia del manga, ma è anche una delle serie shōnen che ha ospitato il maggior numero di personaggi riconducibili all’universo queer. Dagli okama del Regno di Kamabakka a Emporio Ivankov, da Bon Clay fino a Yamato e Kikunojo, l’identità di genere e la fluidità sessuale sono temi che attraversano l’intera narrazione, sebbene con risultati spesso contraddittori.
Per molti anni, la rappresentazione queer di One Piece è stata oggetto di critiche. Personaggi come gli abitanti del Regno di Kamabakka o gli okama introdotti nelle prime saghe vengono costruiti attraverso un’estetica volutamente grottesca e caricaturale, riprendendo stereotipi già diffusi nella comicità televisiva giapponese: uomini con caratteristiche femminili, ipersessualizzati e insistenti nei confronti dei protagonisti. Diversi studiosi hanno osservato come questa rappresentazione oscilli continuamente tra inclusione e parodia, riflettendo le ambivalenze della cultura pop giapponese nei confronti delle identità LGBTQ+.
Tuttavia, negli archi narrativi più recenti, Eiichirō Oda sembra aver adottato un approccio differente: l’esempio più significativo è quello di Kikunojo, abile samurai del clan Kozuki nell’arco narrativo di Wano.
Kikunojo viene presentata come una donna alta, elegante e raffinata, con lunghi capelli neri, kimono tradizionale e rossetto sulle labbra, ma, allo stesso tempo, è una delle spadaccine più forti dell’intera Wano. Quando un altro personaggio le chiede spiegazioni sulla propria identità, Kiku risponde con una frase destinata a diventare iconica: «Sono un uomo… ma con il cuore di una donna». Nel contesto culturale giapponese, questa espressione viene comunemente utilizzata per indicare una donna transgender e rappresenta una delle conferme più esplicite di identità trans.
Ciò che rende Kikunojo un personaggio particolarmente innovativo è il fatto che la sua identità di genere non costituisce mai il fulcro della narrazione. Oda non costruisce la sua storia attorno al coming out o al suo conflitto identitario: Kiku è, innanzitutto, un samurai, una guerriera che combatte in prima linea, perde un braccio durante la battaglia e continua a lottare senza che la sua femminilità venga mai messa in discussione dai compagni o dalla narrazione stessa.
Proprio per questo motivo Kikunojo è oggi considerata da molti critici e fan una delle migliori rappresentazioni transgender dell’animazione e del fumetto giapponese contemporaneo. La sua identità non viene spettacolarizzata né problematizzata: è semplicemente una delle caratteristiche che definiscono una guerriera leale, coraggiosa e profondamente umana.

5. Ranma ½: Ranma Saotome
Tra i personaggi che hanno maggiormente contribuito a mettere in discussione il binarismo di genere nella cultura pop giapponese c’è senza dubbio Ranma Saotome, protagonista del manga Ranma ½ di Rumiko Takahashi.
Durante un allenamento in Cina, il giovane protagonista cade in una sorgente maledetta e da quel momento, ogni volta che viene colpito dall’acqua fredda, assume le sembianze di una ragazza, tornando uomo soltanto grazie all’acqua calda. Quella che potrebbe sembrare una semplice trovata comica diventa, in realtà, un espediente narrativo attraverso cui l’autrice esplora la costruzione sociale del genere, mostrando quanto i comportamenti e le aspettative cambino a seconda del corpo percepito dagli altri.
La particolarità dell’opera è che Ranma non mette mai in discussione la propria identità maschile, ma è costretto a confrontarsi continuamente con uno sguardo esterno che cambia radicalmente in base al suo aspetto. Quando assume sembianze femminili, viene trattato come una ragazza, suscita interesse romantico negli uomini e sperimenta direttamente le aspettative e gli stereotipi riservati alle donne. Il manga gioca costantemente su questa ambiguità, dimostrando come il genere sia, almeno in parte, una performance sociale più che una caratteristica immutabile. Pur non essendo un’opera esplicitamente LGBTQ+, Ranma ½ ha aperto uno spazio di riflessione sul rapporto tra corpo, identità e desiderio: le continue trasformazioni del protagonista generano equivoci sentimentali e attrazioni che sfuggono alle tradizionali categorie di maschile e femminile, permettendo al pubblico di familiarizzare con un’identità mutevole molto prima che questi temi entrassero a far parte del dibattito pubblico.
Gli anime e manga giapponesi rivelano, quindi, la loro profondità e dualità: non sono semplici “cartoni animati”, ma vere e proprie rappresentazioni delle sfaccettature e complessità della società giapponese. Sono anche la prova che l’inclusione e la rappresentazione di esperienze ed identità non-eteronormate sono fondamentali e, soprattutto, non vanno a discapito dello stile narrativo e artistico di mangaka e registi: ognuna delle opere che abbiamo passato in rassegna in questo articolo si inserisce in uno specifico genere di anime, non solo per trame e personaggi, ma anche per temi, dialoghi e disegni. Tutte, però, hanno in comune la capacità di mettere in discussione dogmi e verità apparentemente assoluti con delicatezza o ironia, pur rimanendo fedeli a se stesse.

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di Milena Cargnelutti e Chiara Gianfreda
Konnichiwa
Editoriale · L’Eclisse
Anno 6 · N° 3 · Giugno 2026
Copertina di Maria Traversa.
Hanno partecipato alla realizzazione di questo editoriale: Riccardo Avantaggiato, Greta Beluffi, Bianca Beretta, Sarah Calderoni, Milena Cargnelutti, Chiara Castano, Giulia Coppola, Elena Floris, Michela Fraschilla, Veronica Gabrielli, Chiara Gianfreda, Alessandro Mazza, Mathilde G. Modica Ragusa, Marcello Monti, Francesca Musaro, Valentina Oger, Carlotta Pedà, Virginia Piazzese, Federica Raciti, Lorenzo Ramella, Vittoria Tosatto, Vittoriana Tricase, Maria Traversa, Carlotta Viscione, Alessia Volpicelli.
