Nel 1917, un neo-laureato in medicina viene catapultato dagli agi del quartiere universitario di Mosca alle scomode strade di campagna dell’ospedale di Mur’e. Brillante studente, il giovane si ritrova ben presto terrorizzato dalla fiducia che i suoi colleghi, l’infermiere Dem’jan Lukič e le ostetriche Pelageja Ivanovna e Anna Nikolaevna, ripongono in lui, successore dell’amato Leopol’d Leopol’dovič. Brillante quanto inesperto, è consumato dall’ansia di ritrovarsi davanti a casi sconosciuti, di dimenticare tutto quello che ha studiato o, peggio ancora, di applicare i concetti nel modo sbagliato. C’è una vocina nella testa del dottore ventitreenne, che gli descrive ernie incurabili e parti che si concludono nel peggiore dei modi. Eppure, messo davanti alla sua prima paziente, una giovane feritasi gravemente ad una gamba e bisognosa di amputazione, quasi senza sapere come, il dottore riesce a scacciare i suoi dubbi e ad aiutare la ragazza.
Così iniziano le Memorie di un giovane medico, otto racconti semi-autobiografici di Michail Bulgakov che vanno a formare quasi un «romanzo involontario»1 (come specifica nell’introduzione della nuova edizione a firma Marcos y Marcos il curatore e traduttore Paolo Nori). Quasi tutti ambientati nel 1917, ma pubblicati tra il 1925 e il 1926 e a lungo dimenticati, questi racconti giovanili dell’autore de Il Maestro e Margherita e Cuore di cane iniziano con una struttura quasi da giallo di Sir Arthur Conan Doyle, o da fiaba russa. Senza scomodare Vladimir Propp2, più volte il dottore deve confrontarsi con un caso difficile, rimpiange di aver scelto la facoltà di medicina, sente il sangue gelarsi e la vocina nella testa farsi più insistente, poi si rivolge ai suoi aiutanti (oltre a quelli in carne ed ossa, i rassicuranti manuali della fornita biblioteca di Leopol’d Leopol’dovič) e affronta le più complicate operazioni chirurgiche con successo. Preoccupato tanto di non mandare inavvertitamente all’altro mondo i pazienti quanto di darsi un tono da adulto responsabile, il protagonista di Bulgakov è uno specchio sagace e ironico di qualsiasi lettore alle soglie dell’età adulta, che certo troverà conforto in queste pagine.
«L’uomo, in sostanza, ha bisogno di molto poco. E prima di tutto ha bisogno del fuoco. Muovendomi verso quell’angolo di mondo che era Mur’e, io, mi ricordo, ancora a Mosca, mi ero ripromesso di darmi un po’ d’importanza. Il mio aspetto giovanile mi aveva avvelenato l’esistenza nei primi passi della mia carriera. A tutti mi toccava presentarmi come: “Il dottor tal dei tali”.
E tutti, senza eccezioni, alzavano un sopracciglio e chiedevano “Davvero? Pensavo che fosse ancora studente”.
“No, ho finito” rispondevo io, cupo, e pensavo “Dovrei mettermi gli occhiali, ecco cosa dovrei fare”.»3
Sebbene filosoficamente meno stratificati del suo grande romanzo-capolavoro, i racconti inclusi in Memorie di un giovane medico, una delle sue prime pubblicazioni, svelano un Bulgakov già attento alla pittoresca società russa. Anche se siamo lontani dalle grandi prospettive moscovite, dai palazzi sovietici e dai teatri del varietà della capitale, anche se i personaggi sono circondati da un oceano di neve, «come se il diavolo si divertisse con la polvere dentifricia»4 (bellissimo il racconto centrale, La tormenta, vero punto di svolta nell’evoluzione personale del protagonista), e anche se, invece dell’ottusità dei critici letterari, ci esaspera la cocciutaggine dei contadini, che interpretano le indicazioni farmacologiche in modo del tutto personale, Bulgakov riesce a rendere vivo un ricco mosaico d’umanità, tanto da farci trattenere il fiato insieme ai protagonisti davanti agli esiti incerti di un intervento chirurgico. In questo, fondamentale è la traduzione di Nori (con l’aiuto di Timofej Kostin e Gabriele Spadacci). Lo stile vivace del noto romanziere e professore sa restituire particolarmente bene il parlato sgangherato del popolino russo d’inizio secolo, senza, tuttavia, imporsi mai sul materiale d’origine.
Dopo il già citato La tormenta si concretizza per il protagonista il terrore della morte, che aleggia nell’aria di Mur’e già dalle prime pagine, e i racconti perdono la rigidità strutturale di cui sopra, rassicurante proprio perché formulaica, e si sfilacciano in ricordi aneddotici, ovattati dalla neve dicembrina, ora inquietanti, ora divertenti, ora quotidiani. L’eruzione stellata, penultimo racconto, rimette al centro un tema che emerge più e più volte: quello dell’importanza dello studio, non solo di quello che si fa sui manuali, asettico e pomposo, ma anche e soprattutto quello che si ottiene solamente interfacciandosi con la vita e con gli altri, rimboccandosi le maniche e agendo, nonostante i dubbi e la paura. Proprio L’eruzione stellata, quindi, chiude il cerchio iniziato con l’arrivo del giovane medico nel primo racconto, L’asciugamano col gallo, in una conclusione perfetta di questo bildungsroman ideale dove l’eroe, dopo infinite peripezie, passa definitivamente dall’innocenza infantile alle responsabilità della vita adulta. Non a caso, se gli altri racconti narrano le avventure del dottore con un senso d’urgenza e da un punto di vista contemporaneo agli eventi, questo è dalla prospettiva del medico invecchiato, che si guarda alle spalle e si chiede dove siano finite le persone che ha aiutato all’inizio della sua carriera. «Sì, molte cose interessanti può insegnare, un vecchio ambulatorio a un giovane medico»5.
Tuttavia, appunto, non è L’eruzione stellata a chiudere la raccolta, bensì Io ho ucciso, il più cupo, inquietante e maturo dei racconti. Abbiamo detto, infatti, che i sette precedenti sono ambientati nel 1917, anno fatidico per la Storia russa perché, naturalmente, anno della grande Rivoluzione bolscevica e di quella di febbraio. Eppure, Mur’e risulta sempre isolato dal mondo, quasi un Paese delle fiabe o un luogo della mente: quasi mai ci sono riferimenti alle rivoluzioni, alla guerra mondiale in corso, a Lenin, e più che di proletariato si parla di Egoryč, di Aksin’ja, di Lidka e del piccolo Van’ka. Ogni tanto, ci si chiama “compagno”. Ogni tanto, il protagonista deve cavare un dente a un soldato di Kerenskij6. Ma è solo in Io ho ucciso che la Storia entra nella narrazione, cedendo il “timone” a un altro medico, l’ucraino Jašvin, contemporaneo e amico del nostro solito protagonista, che racconta degli ultimi giorni della resistenza ucraina all’annessione bolscevica nel 1919. In questa appendice alla storia del giovane medico, si ritrova un Bulgakov già più letterariamente evoluto: la complessità del racconto nel racconto e dei personaggi speculari (come nel Maestro e Margherita), la polemica di Cuore di cane e Uova fatali e l’ambientazione de La guardia bianca. Una conclusione che traghetta la raccolta dalla riflessione dolceamara sul passato personale al territorio più oscuro e ambiguo dell’osservazione del periodo stalinista. Se il protagonista cresce, acquisendo consapevolezza del suo ruolo, così fa lo scrittore, passando dall’attitudine del medico per la risoluzione di problemi pratici allo spirito del romanziere, che indaga senza per forza voler ottenere delle risposte chiare.
La bella recente riedizione di Marcos y Marcos, dunque, ci aiuta a riscoprire le origini di uno dei più grandi scrittori del Novecento, una delle penne più attente alle contraddizioni dell’essere umano, a lungo silenziato dal contesto sociale, artistico e politico in cui visse. È infatti noto come Bulgakov, nato a Kiev nel 1891, laureatosi in medicina nella stessa città nel 1916 e abbandonata definitivamente la carriera scientifica nel 1920 per dedicarsi all’attività letteraria, cominciò ad avere problemi con la censura stalinista già dal 1924, con la mancata pubblicazione di Cuore di cane e il ritiro dalla circolazione di Diavoleide. Per il 1930 gli è virtualmente impedito di pubblicare alcunché o di lasciare l’Unione Sovietica7 e gran parte della sua opera letteraria fu pubblicata ben dopo la morte, avvenuta nel 1940. Le ansie e le frustrazioni della seconda parte della sua carriera sono assenti da Memorie di un giovane medico, ma l’arguzia, l’ironia e la compassione per cui l’autore diverrà famoso in tutto il mondo sono in prima linea, pronte a sedurre il lettore novizio come l’appassionato.
«“Perché non muore? È incredibile. Com’è vivo, l’uomo!”8»
Ringraziamo Marcos y Marcos per la copia stampa.
Note
- P. Nori, I cento anni della sua attività letteraria, in M. A. Bulgakov, P. Nori (a cura di), Memorie di un giovane medico, 2025, Milano: Marcos y Marcos, p. 7.
- Autore del celeberrimo Morfologia della fiaba (Морфология сказки (Morfologija skazki), 1928, prima ed. it. Torino: Einaudi, 1966), saggio che estende il metodo formalista russo all’analisi delle fiabe, individuando una struttura comune a tutto il folklore, la quale si organizza secondo trentuno “funzioni” (azioni/reazioni dei personaggi) e sette personaggi tipo. Il saggio ha avuto un’influenza enorme sulla semiotica occidentale e in particolare sul lavoro di Claude Lévy-Strauss e di Roland Barthes.
- M. A. Bulgakov, op. cit., p. 17
- Ibidem, p. 68
- Ibidem, p. 140
- Aleksandr Fëdorovič Kerenskij fu una figura chiave della Rivoluzione russa. Divenne primo ministro della Repubblica Russa dopo la caduta dell’ultimo zar e immediatamente prima che i bolscevichi andassero al potere.
- Per un approfondimento sui rapporti tra Bulgakov e censura, rimando a questo articolo di Paolo Nori, tratto dalla sua introduzione all’edizione Mattioli1885 di Diavoleide (Diavolìade in quell’edizione). Consiglio anche la lettura della Lettera al governo dell’URSS dell’autore russo: ne è consultabile online una trascrizione a questo link.
- M. A. Bulgakov, op. cit., p. 30

di Valentina Oger
Nata a Bologna nel lontano 2002, ha girato l’Italia (e, per dieci mesi, la Corea del Sud) prima di approdare al DAMS dell’Università di Torino. Generalmente è la meno socievole del gruppo – ha madre ligure e padre francese – e per L’Eclisse fa l’uccello del malaugurio. La sua ossessione principale è il cinema, ma è abbastanza eclettica: le sue ultime celebrity crushes includono Orson Welles, Magnus Carlsen, Farinata degli Uberti e Paul McCartney nel ’66. Ha tre gatti e molti dubbi.
