L’orizzonte liquido e la soglia ibrida
Introduzione
Il concetto di limite è uno dei grandi pilastri invisibili della filosofia; non è solo una linea che separa, ma spesso è proprio ciò che definisce l’identità di ciò che sta dentro. Il tema del confine attraversa il pensiero contemporaneo come una spaccatura che mette in discussione identità, possibilità di relazione, e appartenenze.
Zygmunt Bauman e Donna J. Haraway sono due figure chiave per comprendere le tensioni contemporanee attorno ai concetti di limite e confine. Bauman, filosofo e sociologo polacco, erede della scuola di Francoforte, offre una lettura critica della società liquida, ed evidenzia la fragilità dei legami sociali e l’isolamento dell’individuo. Haraway, biologa e filosofa statunitense, propone invece una visione innovativa che supera i dualismi tradizionali, immaginando confini come spazi di relazione e collaborazione multispecie. In questo articolo verranno esplorati i loro contributi, per mettere in luce come il concetto di confine possa essere vissuto sia come isolamento che come apertura.

1. L’orizzonte liquido: il crollo dei limiti in Zygmunt Bauman
Gli scritti del sociologo Bauman risentono dell’influenza della Scuola di Francoforte e di teorie nate in seno al pensiero di Marx, Nietzsche, e Freud1. Bauman pone in evidenza come i muri della modernità solida si siano sciolti, diventando però ancora più insidiosi. Il limite non è solo un indicatore geografico, ma possiede un vero e proprio significato antropologico, e la società contemporanea rappresenta l’esempio di società creata non per accogliere, ma per scartare.
Modernità e post-modernità si riferiscono a due progetti culturali distinti: il primo (collocabile alla fine del Seicento, con l’Encyclopédie e l’affermazione della cultura borghese) era guidato dalla ragione e aveva come principale compito quello di creare legami tra gli ambiti del sapere; il secondo (collocabile indicativamente verso la fine degli anni Settanta del ‘900) rompe i legami che tenevano insieme l’individuo con sé stesso, con gli altri e con le istituzioni. Il primo progetto si è declinato in utilitarismo e capitalismo, con l’intento di accrescere il sentimento di fiducia verso le istituzioni; il secondo progetto, al contrario, tende verso la dissoluzione di questo sentimento2.
All’interno di questo articolo vengono presi in considerazione tre volumi scritti dal sociologo: La solitudine del cittadino globale (In search of politics 1999); Individualmente, insieme (2026); e Il silenzio dell’opinione pubblica (2026).
Attraverso la lettura di La solitudine del cittadino globale, risulta evidente il legame profondo che unisce la sociologia della modernità liquida di Bauman alla Teoria Critica della Scuola di Francoforte. Il sentimento di sfiducia che il sociologo nutre nei confronti delle promesse di progresso e felicità del tardo capitalismo è erede di pensatori come Adorno, Horkheimer e Marcuse. Per i francofortesi, la ragione moderna era caduta in mano al dominio tecnico e alienante dell’industria culturale3; Bauman apporta dunque il suo contributo fornendo nuove intuizioni riguardanti l’epoca contemporanea: il controllo sociale non permane attraverso il conformismo rigido delle vecchie istituzioni, ma attraverso l’obbligo del consumo e dell’esasperato individualismo. Questa prospettiva si traduce in una visione del futuro che descrive un aumento della complessità (entropia) all’interno della società. Nella modernità liquida i legami si sciolgono, le strutture si frammentano e l’incertezza esistenziale diventa una conditio sine qua non4 dell’individuo. Il futuro appare privo di spinta generativa, poiché le forze capaci di produrre un nuovo ordine democratico appaiono dissolte. Il potere è deregolamentato, ed è dissolto all’interno dello spazio globale dei flussi digitali, rendendo i singoli cittadini atomizzati, incapaci di unirsi in una “massa critica” e costringendoli a cercare soluzioni individuali a problemi collettivi.
Una differenza risulta evidente tra il quadro pessimistico della Scuola di Francoforte e il pensiero di Bauman: mentre i pensatori francofortesi pensavano a una chiusura totale della società amministrativa, Bauman intravede un tentativo disperato di risvegliare la coscienza delle persone. La dimensione pubblica non è giunta a fine perpetua, ma rimane momentaneamente nascosta all’interno dell’orizzonte delle società; per il sociologo, è necessario un tentativo di ricostruzione dell’agorà5, inteso come confine comunicante tra pubblico e privato, che è stato distrutto dall’invasione del mercato6 e che può offrire una via di uscita collettiva dalla solitudine del cittadino globale.
Il volume Individualmente, insieme raccoglie alcuni saggi dell’autore, ed esprime un pensiero impegnato riguardante il tema del processo di individualizzazione del mondo contemporaneo. Bauman sottolinea la contraddizione di una società iperconnessa ma incapace di generare un’autentica solidarietà: ogni individuo è responsabile della propria sorte. Il tema principale verte sul confine dell’azione: in un primo momento, il limite del fallimento o del successo era sistemico (classe sociale, Stato…); oggi, al contrario, quel limite è diventato unicamente individuale. L’individuo è diventato il confine di sé stesso, se fallisce è unicamente perché non è stato abbastanza. All’interno della difficile relazione tra responsabilità e individualizzazione, Bauman si sofferma principalmente sull’iper-responsabilizzazione dell’individuo rispetto a sé stesso, che provoca un senso di continua responsabilità in prima persona di ciò che gli accade, anche quando si tratta di situazioni di carattere sistemico7.
Libertà e incertezza diventano indissolubili. Nella modernità liquida, vi è inoltre una nuova incertezza che attanaglia gli individui: l’inversione del rapporto tra mezzi e fini. Non vi è più l’indecisione verso quali mezzi utilizzare per poter raggiungere determinati fini; piuttosto, si parla di incertezza dei fini stessi. Gli individui, di fronte alle continue opportunità di azione, sono «gravati dalla necessità di mettersi alla prova, di verificare di cosa sono capaci, ma anche di decidere a quale obiettivo dare la priorità, sul perseguimento di quale scopo concentrare le energie8». Entra qui in gioco il tema del consumo: davanti allo smarrimento generata da questo stato di cose, legata all’esigenza di produrre performances adeguate, il richiamo delle merci appare travolgente. Questo permette all’individuo di limitare lo stato di ansia generato dalla perdita di istituzioni solide, che garantivano all’agire una sponda tranquillizzante9.
Il silenzio dell’opinione pubblica nasce da una conversazione avvenuta tra Bauman ed Ezio Mauro, giornalista italiano, verificatasi il 6 giugno 2014 a Napoli, durante “Repubblica delle Idee”, un festival culturale organizzato dal quotidiano La Repubblica. Questo volume mostra come la frammentazione e la precarietà riducano la capacità collettiva di esprimere dissenso e costruire alternative. Il limite diventa la barriera invisibile che separa gli individui, trasformando la libertà in solitudine.
Il principale limite preso in considerazione all’interno di questo volume riguarda la comunicazione: Bauman analizza come, nell’era della comunicazione totale, l’opinione pubblica sia diventata totalmente irrilevante. Viviamo immersi in un flusso continuo di comunicazione, ma questa sovrabbondanza di voci non produce uno spazio di confronto vero e proprio. I media moltiplicano le opinioni, isolandole, dove ciascuno può parlare, ma pochi ascoltano; l’agorà, un tempo luogo di discussione, diventa una folla di monologhi. Inoltre, il costante rumore di fondo causato dai media è contrapposto alla incapacità reale di incidere sulle decisioni del potere, che è diventato a sua volta extraterritoriale (senza confini fisici), mentre gli individui sono rimasti legati al suolo, creando una frattura e un confine invalicabile tra chi ha potere decisionale e chi, invece, lo subisce. A questa frammentazione si aggiunge la crisi dei media tradizionali, travolti dalla velocità dell’informazione: «le grandi testate giornalistiche sono il sostituto temporaneo dell’agorà: che cosa ci si aspetta dai mass media? Che cerchino di interpretare la fluida realtà10». La notizia non ha il tempo di sedimentarsi, ma si consuma nel giro di poche ore. La memoria collettiva viene così portata a un continuo indebolimento, e con essa si perde la capacità di costruire un’opinione pubblica informata e critica; l’individuo lasciato solo di fronte a un mondo sempre più fluido e complesso, tende a rifugiarsi nella paura, mentre la dimensione collettiva si assottiglia costantemente. Vi è una barriera invisibile che separa gli individui, impedendo loro di riconoscersi come parte di un noi collettivo. Il libro non si chiude nel pessimismo, ma gli autori rivendicano la necessità di un pensiero critico ostinato, che sia capace di resistere alla superficialità del presente: «coltivare la speranza, però, richiede qualcosa che oggi è purtroppo raro: la fiducia in sé stessi. Sperare significa anche agire per rendere la speranza più concreta, più realistica. Per questo le persone hanno bisogno di una certa sicurezza interiore, di potersi dire: “Posso farcela. Sono capace”11».

2. La soglia ibrida: decostruzione del limite e alleanze simpoietiche in Donna Haraway
Donna Haraway affronta il tema del confine da una prospettiva radicalmente diversa. Attraverso l’analisi del volume Manifesto Cyborg (1985), si legge che il confine tra umano e macchina, naturale e artificiale viene dissolto: il cyborg diventa la figura politica e filosofica che sfida i dualismi aprendosi a nuove forme di alleanza. Nel volume Chthulucene (Staying with the Trouble – Makin Kin in the Chthulucene, 2016), la biologa invita a pensare la convivenza multispecie come una pratica di responsabilità condivisa. Il limite diventa quindi una tessitura di relazioni: il con-fare12 (sympoiesis) si presenta come la risposta alle crisi presenti; è necessario trasformare il confine in luogo di contaminazione e cura, dove la differenza, invece che separare, connette.
Con la pubblicazione del Manifesto Cyborg, Haraway scardina le fondamenta del pensiero tradizionale, muovendo delle critiche verso il concetto stesso di limite inteso come barriera immutabile. Il «cyborg è un composto di cyberg e organism: significa organismo cibernetico e indica il miscuglio di carne e tecnologia che caratterizza il corpo modificato da innesti di hardware, protesi e altri impianti13»; diventa la metafora politica perfetta per descrivere il soggetto della tarda modernità. Haraway non si rivolge alla tecnologia con un pessimismo tecnofobico di matrice francofortese; al contrario, individua in essa lo strumento che ha reso instabili i confini su cui l’Occidente ha costruito i propri sistemi dominanti. È necessario ripensare il mondo come altro, come un agente semiotico-materiale, e non rimanere chiusi in un rapporto di padronanza nei suoi confronti.
Il volume identifica tre confini fondamentali che avevano fino a quel momento garantito la tenuta delle grandi narrazioni antropologiche e patriarcali. Il primo confine, tra umano e animale, viene abbattuto dall’ecologia e dalla biologia evolutiva, che hanno dimostrato l’inesistenza di superiorità ontologica dell’uomo. Il secondo confine, tra organismo naturale e macchina artificiale, viene demolito grazie alle tecnologie del XX secolo, che si sono specializzate fino a riuscire nell’intento di entrare nel corpo ospite; questo ha permesso di comprendere che non esiste l’effettiva purezza di un corpo biologico, poiché si tratta di un’architettura integrata costantemente con l’artificiale. Infine, il confine tra fisico e non-fisico, che viene smantellato dalla nascente società dell’informazione, che riconverte la materia in codice. Il potere non si esercita attraverso confini geografici macroscopici, ma attraverso l’informatica del dominio14, ossia una rete invisibile di flussi di dati che attraversa i corpi in maniera costante.
Il cyborg scardina i binarismi. Il confine non è più solido, l’identità diventa un processo aperto, dove è possibile innestare nuove forme di liberazione esistenziale e politica.
Nel saggio Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Haraway compie un passo avanti, e sposta l’attenzione dal confine tecnologico uomo-macchina, al confine ecologico e interspecifico. Il tema dell’ongoingness (esistere e progredire) è alla base del suo pensiero: la specie esiste e deve avere la possibilità di andare avanti, e il suo progredire non deve essere confuso con il progresso nelle sue incarnazioni tecnocratiche15.
Vi è un primo grande rifiuto dei termini Antropocene e Capitalocene, colpevoli di porre sempre l’essere umano al centro della scena, nel ruolo di distruttore; successivamente, per descrivere la nostra epoca, l’autrice introduce il termine Chthulucene, che evoca le creature ctonie, forze sotterranee della Terra, tentacolari, che dimostrano l’importanza materiale dei processi terrestri e di tutte le creature16. All’interno dello Chthulucene, il concetto di limite subisce una risemantizzazione radicale. Vi è un primo passaggio dall’autopoiesi (sistema capace di riprodursi da solo entro i propri confini biologici) alla simpoiesi, ossia un “fare-con”17.
È fondamentale il concetto di Making Kin, ossia generare parentele: di fronte al collasso ecologico, infatti, Haraway propone il motto «Generate parentele, non bambini!18», implicando la necessità politica di estendere il confine della nostra responsabilità etica oltre la linea di sangue e, in maniera innovativa, oltre la barriera della specie umana. Generare parentele, ossia stringere alleanze con i non-umani, riconoscendoli come soggetti con cui condividiamo un medesimo destino e pianeta.
Il Manifesto Cyborg risponde alla fluidità della modernità distruggendo i confini di identità, mentre Chthulucene risponde al problema della distruzione planetaria proponendo il superamento del limite specista. Abitare lo Chthulucene significa rinunciare tanto all’idea transumanista, che sostiene che la tecnica ci salverà portandoci fuori dai limiti biologici, quanto al disfattismo catastrofista, che vede unicamente la fine di tutto. La scommessa di Haraway risiede nella capacità di guardare le zone di confine non come linee di separazione, ma come terreni fertili di reciproca contaminazione: se il confine è fluido, allora siamo liberi di ricostruire la nostra identità senza essere schiavi delle origini.

Conclusione
Il tema del limite e del confine, letto attraverso Bauman e Haraway, invita a ripensare la propria posizione nel mondo contemporaneo. Occorre, da un lato, riconoscere la solitudine e la vulnerabilità che derivano dalla liquefazione dei legami sociali; dall’altro, è necessario immaginare nuove forme di convivenza che superino i confini dell’umano e si aprano alla pluralità delle relazioni.
Il confine non è solo ciò che divide, ma ciò che può essere attraversato per costruire responsabilità condivise; il limite deve essere un’occasione di trasformazione, capace di generare nuove possibilità di vita comune.
Note
- Franco Di Giorgi, Su Bauman e dintorni, «Scenari», Mimesis Edizioni, 07 Giugno 2017.
- Ivi.
- M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino: Einaudi, 2010.
- “Condizione senza la quale non”, requisito fondamentale.
- «L’agorà, considerata in questo ultimo senso di “piazza, mercato”, è il centro della vita economica della città», vedi Vocabolario Treccani.it, s.v. Agorà.
- Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Milano: Feltrinelli, 2008, p.103.
- Z. Bauman, Individualmente, insieme, Napoli: Orthotes, 2026, p.25.
- Ivi, p.33.
- Ivi, p.35.
- Z. Bauman, E. Mauro, Il silenzio dell’opinione pubblica, Milano: Feltrinelli, 2026, capitolo: L’età dell’evidenza, p.2 [eBook].
- Ivi, capitolo: Quel che ci resta da capire, pp.2-3 [eBook].
- D. Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Roma: NERO, 2020, p.89.
- D. Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Milano: Feltrinelli, 2023, p.11.
- Ivi, p.71.
- D. Haraway, Chthulucene, cit., p.8.
- Ivi, p.14.
- Ivi, p.54.
- Ivi, p.149.
