All in all, you’re just another brick in the wall

Tell me, is something eluding you, sunshine?
Is this not what you expected to see?
If you want to find out what’s behind these cold eyes
You’ll just have to claw your way through this disguise
Estratto da In the Flesh?
Per quanto la musica dei Pink Floyd sia universalmente apprezzata e riconosciuta come l’apice del progressive rock, solo un pugno dei loro lavori in studio ha raggiunto l’enorme successo, sia di pubblico che commerciale, che ha effettivamente permesso alla band di entrare nell’immaginario comune. Questi pochi album, tuttavia, sono stati più che sufficienti per catapultare il gruppo nell’olimpo della musica, e per costruire una fortissima immagine non solo della band, ma dell’intero genere prog. Tutti abbiamo presente il prisma di The Dark Side of the Moon1, attraversato da un sottile raggio di luce che diventa arcobaleno, forse più famoso degli stessi brani (che pure costituiscono uno dei dischi più venduti della storia della musica); così come abbiamo presente l’immagine dei due uomini che si stringono la mano, mentre uno dei due viene avvolto dalle fiamme, sulla copertina di Wish You Were Here. E tutti riconosciamo l’infausto e inquietante muro di mattoni bianchi di The Wall.
Le immagini nella produzione artistica dei Pink Floyd, al tempo stesso ermetiche e pregne di significato, sono parte integrante dell’opera e complementano la musica dandole una forma “visiva”. Il senso di mistero e di “puzzle” dato dal prisma fa parte dell’esperienza di The Dark Side tanto quanto l’ascolto, e trasporta il fruitore nel disco prima ancora che la puntina del giradischi tocchi la superficie del vinile. Allo stesso modo, l’intreccio di mani di Wish You Were Here comunica all’ascoltatore il senso di solitudine e di malinconia che si prova nel pensare ad un vecchio amico perduto. E allora il muro?
Il muro di The Wall fa paura, trasmette un senso di inquietudine che entra dentro la pelle e rimane lì per tutti gli 80 minuti di ascolto. Il muro separa, isola, imprigiona, conduce alla follia. Il muro è figlio del successo travolgente dei dischi già citati, della vita da rockstar di Roger Waters e compagni, della sempre crescente frenesia della modernità, del capitalismo e delle logiche contorte dell’industria della musica. Sarà, l’apice della carriera dei Pink Floyd e al tempo stesso l’inizio della fine: la frattura dei rapporti umani e l’isolamento rappresentato dal muro si riveleranno, almeno per il gruppo, insanabili.

Le tensioni, i malumori e i disagi da cui nascerà The Wall sono evidenti già da molto prima del 1979. I Pink Floyd, ormai già una delle band più famose e ascoltate al mondo, si ritrovano sempre più isolati a livello personale, sia con il pubblico che tra di loro. Il momento chiave è però l’ultimo concerto del tour In the Flesh (che darà poi il nome a due tracce dell’album2), il 6 luglio 1977 a Montreal. Roger Waters, bassista e de facto leader della band, irritato da un gruppo di spettatori molto rumorosi nelle prime file, si sporge dal palco e sputa in faccia ad uno di loro.
Parlandone più tardi con il produttore Bob Ezrin e con un suo amico psichiatra, Roger Waters confesserà di sentire un’enorme distanza tra la band e il pubblico, distanza che descriverà con il termine di “muro”. Se, nei primi anni della band, il rapporto con il pubblico era molto più sereno e rispettoso, al punto da poter “provare” alcune tracce live prima ancora di registrarle in studio, lo stato di “stardom” raggiunto dai Pink Floyd aveva profondamente trasformato questo aspetto, rendendolo sempre più impersonale e persino conflittuale. A questo si aggiungono le tensioni interne alla band, sia durante il processo creativo che a livello economico. La mala gestione delle finanze lascia i Pink Floyd sul lastrico e con un enorme debito verso il fisco britannico3. Schiacciato dalla pressione di dover produrre il prossimo disco in fretta, Roger Waters diventa sempre più impaziente nei confronti degli altri musicisti, i quali, a loro volta, si sentono “messi da parte” da Waters.
È con queste premesse, che fungono al tempo stesso da ispirazione e da forza distruttrice, che il gruppo si mette a lavorare a The Wall.
L’essenza di The Wall è, da ogni punto di vista, epica ed epocale. Malgrado la seconda metà degli anni Settanta abbia posto fine al progressive in quanto tale, i Pink Floyd lo inseguono ancora, questa volta più tacitamente. Se le cavalcate da venti e passa minuti sono lasciate alle spalle, emerge un altro aspetto tipico del prog: la concettualità. La trama dell’album non ha solo senso come storia, musicalmente e testualmente parlando, ma è perfettamente circolare. La lieve melodia iniziale, che cela a tradimento un’inaspettata esplosione nell’incipit di In the Flesh?, è la stessa che si può udire in Outside the Wall, al termine delle peripezie del “nostro” Pink, il personaggio principale della storia. Allo stesso modo, l’apice dell’arco narrativo coincide con In the Flesh, reprise dell’incipit (un po’ come se la storia iniziasse in medias res, per poi buttarsi in un lungo flashback), contribuendo al senso di circolarità dell’opera. Insomma, anche se si riesce eventualmente ad uscire dal muro, ci si ritrova inevitabilmente a ricominciare da capo. Il muro è ineluttabile, eterno, universale, e per questo ancora più inquietante.

Tutto il racconto gira intorno alla vita del protagonista, “maledetta” sin dal principio a causa della prematura morte del padre. Dovendo portare con sé traumi e sconvolgimenti irrisolti sin dai primi anni di vita, Pink finisce ben presto per trovare manifesti problemi nel relazionarsi con le altre persone e con il mondo, a tal punto da chiudersi in sé stesso. Da qui, per l’appunto, il proverbiale muro che dà il titolo all’album. Ciascuna traccia, inoltre, fa luce in maniera molto chiara sull’aspetto trattato dal testo di riferimento, mostrando sin dalla tracklist una sorta di linea-guida del percorso seguito dallo stesso Pink. Dopo essere diventato una rockstar e avere acuito le sue difficoltà nell’interfacciarsi con il resto del mondo, Pink arriva a toccare il fondo, riuscendo però a risalire fino a uscire dal muro, come messo in luce dal titolo della traccia di chiusura dell’album.
Se, da un lato, la figura di Pink è chiaramente ispirata a Syd Barrett4, prototipo dell’artista reso folle dal suo stesso successo, i riferimenti autobiografici di Waters sono evidenti, a partire dalla figura del padre (effettivamente morto in battaglia durante la seconda guerra mondiale).
Daddy’s flown across the ocean
Leaving just a memory
Snapshot in the family album
Daddy what else did you leave for me?
Estratto da Another Brick in the Wall, Pt.1
Ciononostante, i cambiamenti nel panorama musicale internazionale sono evidenti ed è difficilissimo rifuggirli. Gli stessi Pink Floyd non possono nascondere questo aspetto nel loro modo di concepire la musica. Si mostrano in una veste completamente diversa da quella indossata fino al precedente Animals, in cui si era già percepita qualche avvisaglia del cambio di rotta compositivo in atto. Questo cambiamento, al tempo stesso causa ed effetto delle crescenti tensioni tra i membri del gruppo, raggiunge il punto di rottura con l’allontanamento dalla band del tastierista Richard Wright, forse l’animo tanto quieto quanto preponderante nello spettro musicale floydiano. Ciò non significa che il pianoforte e le tastiere siano assenti, tutt’altro, ma certamente non posseggono più quella personalità intrinseca al gruppo. Gli strati e i substrati sonori delle canzoni dei Pink Floyd perdono, quindi, quella dimensione onirico-elettronica che aveva caratterizzato le composizioni dei loro anni d’oro. Questo pesante addio, dovuto a tensioni ormai inconciliabili tra il tastierista e la sempre più ingombrante figura di Waters, segna un cambiamento non solo a livello musicale ma anche umano; il gruppo ha ormai perso ogni senso di coesione, come racconterà Wright anni dopo in un’intervista:
“It just seemed to me another example of why I’m not sad to leave, because the band had lost any feeling of communication and camaraderie by this time. […]. It was a band that I felt was falling to pieces – which of course it did.”
“Mi è sembrato l’ennesimo esempio del perché non fossi triste di andarmene, arrivati a questo punto la band aveva perso ogni senso di comunicazione e di compagine. […]. Era una band che sentivo stesse cadendo a pezzi, cose che poi è ovviamente accaduta.”
Se a ciò si aggiunge la paternità quasi univoca di Roger Waters dei vari brani, ecco che i giochi sono fatti.
Le tracce dell’album diventano più contenute, anche come singoli episodi narrativi della vicenda di Pink, nonché più “semplici”. La complessità che era alla base dei brani degli album precedenti e delle varie suite si dissipa in favore di un linguaggio decisamente più diretto, che addirittura arriva a sfiorare la musica pop (si veda, ad esempio, il beat “disco” di Another Brick in the Wall, Pt.2). Di certo, abbandonata la dimensione tastieristica dell’animo pinkfloydiano, ad emergere maggiormente sono gli altri strumenti: basso e chitarra, in particolare. L’animo maggiormente hard rock della band fa capolino tra i vari assoli e mostra una rabbia intrinseca e strutturale. Come scelta può far storcere il naso a molte persone, ma è innegabile che sia perfettamente azzeccata in virtù della funzione narrativa delle varie canzoni.
La vita di Pink, costellata di disagi irrisolti e problemi costanti, porta con sé malessere e aggressività, che trovano una rappresentazione precisa nelle tracce che compongono l’album. Va considerato, per di più, che i disagi di Pink corrispondono in larga parte a quelli di Waters, fautore di notevoli pressioni sul resto del gruppo. Inevitabile, dunque, che la ferocia delle canzoni appaia così concreta e palpabile.
Bisogna comunque dare atto agli altri musicisti, David Gilmour in primis, di avere lavorato bene per portare avanti “la baracca”. In non poche tracce, specialmente quelle poi passate alla storia come le hit del disco (Another Brick in the Wall, pt. 2 e Comfortably Numb, su tutte), l’apporto del chitarrista è fondamentale, non solo per la creazione di assoli tecnicamente sublimi e da lasciare ai posteri, ma anche e soprattutto per la varietà musicale e sonora offerta. In qualche modo, la mano incombente di Waters sulla creazione dei brani in toto è udibile anche per via di una certa costanza compositiva. Aspetto di coerenza indispensabile in un concept di questo tipo, ma probabilmente non così comune nelle produzioni dei Pink Floyd: il rischio è che tutto questo possa suonare ripetitivo. Rischio, per l’appunto, scongiurato dall’intervento degli altri musicisti, anche esterni alla formazione “tipica” della band.

Insomma, The Wall è probabilmente croce e delizia della storia dei Pink Floyd. Non è necessario dilungarsi su quanto sia importante questa produzione per il gruppo: non solo il suo tour è imponente e clamoroso per dimensioni, ma dall’album nasce anche un film omonimo. Sostanzialmente, anche e soprattutto per le generazioni a venire e per le culture pop e rock, The Wall è una vera e propria pietra miliare.
Al contempo, però, è anche la fine della band per come era conosciuta e per come aveva scritto la storia fino a quel momento. Dopo l’allontanamento di Wright, la riduzione di Nick Mason5 a poco più di un semplice turnista, e la marginalizzazione persino di David Gilmour, Roger Waters scriverà il successivo album dei Pink Floyd, il controverso The Final Cut, completamente da solo, per poi abbandonare la band. Negli anni successivi, i Pink Floyd continueranno la loro attività con una lineup ridotta formata dai soli Gilmour, Wright e Mason che, pur non tornando mai ai picchi toccati negli anni ‘70, riusciranno comunque a riscuotere un discreto successo commerciale e di pubblico. Le tensioni con Waters non si risolveranno mai, e, malgrado la reunion del 2005, continuano fino ai giorni nostri. Ironia della sorte, per il bassista sarà proprio la creazione di The Wall a portarlo a erigere un muro tra sé e il resto della band, condannandolo all’isolamento e alla solitudine.
Più di qualcuno sostiene che, in corrispondenza di The Wall, si debba porre il punto di non ritorno per quanto concerne i Pink Floyd. Forse non si sbaglia. In ogni caso, qualsiasi cosa si pensi di quanto è venuto dopo, The Wall resta l’ultima grande opera degli anni d’oro dei Pink Floyd e del prog in generale: un monumento che è entrato di diritto nell’immaginario comune e che ancora oggi racconta, in maniera spaventosamente efficace, temi importanti come la solitudine, l’isolamento, l’isteria e la depressione, sempre più comuni nella frenesia della vita moderna.
All alone, or in two’s,
The ones who really love you
Walk up and down outside the wall.
…
And when they’ve given you their all
Some stagger and fall, after all it’s not easy
Banging your heart against some mad bugger’s wall.
Estratto da Outside the Wall
Note
- Di questo disco ha parlato la nostra Veronica Gabrielli [qui](link).
- Si veda la tracklist di The Wall: https://genius.com/albums/Pink-floyd/The-wall.
- Gwyther, Matthew (7 March 1993). “The dark side of success”. Observer magazine. p. 37.
- Fondatore e primo frontman della band, fu costretto a lasciare nel 1968 per ragioni di salute mentale.
- Il batterista dei Pink Floyd, unico membro costante della lineup dalla formazione fino allo scioglimento.
di Lorenzo Ramella e Alessandro Mazza
The Wall
Editoriale · L’Eclisse
Anno 6 · N° 2 · Maggio 2026
Copertina di Maria Traversa.
Si ringrazia Ferao Varallo per la partecipazione straordinaria.
Hanno partecipato alla realizzazione di questo editoriale: Riccardo Avantaggiato, Greta Beluffi, Bianca Beretta, Sarah Calderoni, Milena Cargnelutti, Chiara Castano, Giulia Coppola, Elena Floris, Michela Fraschilla, Veronica Gabrielli, Chiara Gianfreda, Alessandro Mazza, Mathilde G. Modica Ragusa, Marcello Monti, Francesca Musaro, Valentina Oger, Carlotta Pedà, Virginia Piazzese, Federica Raciti, Lorenzo Ramella, Vittoria Tosatto, Vittoriana Tricase, Maria Traversa, Carlotta Viscione, Alessia Volpicelli.


