Da polvere a pixel. Come la tecnologia ha riconfigurato il confine tra la vita e la morte
La tecnologia sta riconfigurando le nostre abitudini e sta iniziando ad intervenire su esperienze un tempo considerate inaccessibili, come la morte. La promessa più radicale che la riguarda non è quella di sconfiggerla in senso frankensteiniano, bensì la concreta possibilità di mitigarne l’assenza. Che si tratti di un profilo social rimasto attivo o di un incontro simulato nella realtà virtuale, oggi possiamo affacciarci al lutto continuando ad interagire, seppur digitalmente, con chi abbiamo perso, spostando sempre più in là la linea della sofferenza e dell’addio a cui nessuno di noi vuole abbandonarsi.
Fin dall’antichità, l’essere umano ha cercato di decodificare i misteri della vita e della fine, ponendovi un ristretto controllo, non arrendendosi di fronte al limite dell’ignoto. Se, da un lato, ci ha mossi una naturale e sana curiosità, dall’altro, un latente delirio di onnipotenza, che non ci ha mai abbandonati, è cresciuto e si è alimentato di pari passo con un progresso che, ad oggi, appare a tratti cieco e inarrestabile.
La morte è sempre stata il limite invalicabile per eccellenza, ma oggigiorno questo limite è sempre più sfumato. Qualche tempo fa, su Tiktok, è diventato virale un trend in cui gli utenti utilizzavano l’intelligenza artificiale per animare le foto dei propri cari defunti. In pochi secondi, quei volti statici tornavano a muovere gli occhi o ad accennare un sorriso, in un tentativo di strappare un istante di finta presenza all’assenza inaccettabile, di vedere chi non c’è più muoversi come se fosse “ancora vivo”. Per quanto si tratti di un desiderio umano e del tutto comprensibile, questo è solo uno dei tanti fenomeni che si inseriscono in una cornice più ampia: la tendenza del nostro tempo a volere tutto e l’incapacità di accettare la fine.

Ma se questo accade quotidianamente sugli schermi dei nostri smartphone, la tecnologia si sta spingendo ancora oltre, trasformando la simulazione in un’esperienza immersiva totale. È il caso di Meeting you, il controverso documentario coreano, poi diventato una serie antologica: nella prima stagione, una madre riesce ad “incontrare”, attraverso un visore tridimensionale, e ad interagire nella realtà virtuale con il simulacro digitale della figlia di sette anni, scomparsa tre anni prima. Nonostante lo scopo di queste tecnologie sia apparentemente quello di proporsi come terapia per il lutto, di fatto rischiano di sostituirsi ad esso, eliminando l’unica vera possibilità di guarigione, che può derivare solo dall’attraversamento di un’esperienza dolorosa. Ma è davvero possibile aggirare la sofferenza? O il tentativo di rimuoverla ci condanna a sostare in uno stato indefinito di apatia e dipendenza emotiva? In particolare, queste esperienze sono davvero consolatorie o sono solo il paravento di un’assenza, con cui il nostro ego non riesce a fare i conti? Per non parlare del fatto che, in realtà, dietro la retorica del conforto si nasconde spesso una verità molto più cinica: la volontà di lucrare sulla morte e sulla vulnerabilità umana.

Tutto questo non riguarda solo la morte biologica, ma ridefinisce attivamente cosa significa “memoria” e “limite” nella nostra vita. Chi abbiamo perduto diventa una presenza fissa nella vita di tutti i giorni. Pensiamo ad una storia d’amore finita: un tempo, ci si sfogava sulle pagine di un diario segreto o con le proprie amiche, ma dopo qualche lacrima si andava avanti, perché il distacco geografico e visivo permetteva al tempo di fare il suo lavoro. Non vedendo più l’altro, questo sfumava in un ricordo, bello o brutto che fosse. Sfortunatamente, oggi sappiamo tutto dei nostri ex, perché ci basta aprire Instagram per ritrovarceli nei feed, per spiare una storia o una foto postata; oppure, se ricorriamo coraggiosamente all’opzione del blocco, magari è qualcun altro a informarci. E così finiamo vittime di un inganno della mente: noi non stiamo più con quella persona, eppure ce la ritroviamo ovunque. La tristezza, la rabbia e la disperazione, tappe fondamentali di ogni guarigione, fanno posto all’ossessione e all’euforia di scoprire chi gli ha messo like. Questo ci intrappola in un loop compulsivo in cui non c’è mai una separazione reale dall’oggetto perduto e, soprattutto, non c’è il tempo per elaborare quella perdita, ma solo un’eterna e logorante iper-presenza che ci tiene ancorati a qualcosa o a qualcuno, ipnotizzandoci e paralizzandoci.
Un tempo, ricordare era un atto intimo e selettivo, affidato alla fragilità della memoria umana o di un album di fotografie; un processo in cui l’oblio non era un difetto, ma una componente naturale del processo di guarigione. Oggi, invece, la nostra identità si è trasformata in una collezione permanente di dati: siamo la somma delle storie salvate su Instagram, dei file in una chiavetta USB, dei commenti lasciati su TikTok, delle e-mail e delle chat che ci lasciamo alle spalle. Questa iper-documentazione della nostra esistenza la presentifica e, quando tutto rimane accessibile a portata di click, il passato smette di essere un luogo di elaborazione o in cui andare a trovare i ricordi, per diventare un ambiente che si fonde con il presente in cui restiamo intrappolati. L’espressione più tangibile e, per certi versi, inquietante di questa memoria algoritmica è la nascita dei cosiddetti digital ghosts (fantasmi digitali). Non parliamo più di semplici profili “in memoria di”, ma di veri e propri simulacri capaci di interagire, attraverso l’elaborazione di dati presenti online della persona defunta. No, non si tratta della trama di Torna da me di Black Mirror, in cui la protagonista acquista un avatar del proprio fidanzato deceduto che lo replica in tutto e per tutto a partire dalle informazioni note. Oggi, questo è davvero possibile, come si legge: “L’app HereAfter, per esempio, permette di archiviare i ricordi di una persona attraverso un’intervista per poi creare una chatbot. MyWhishes, invece, consente la creazione di messaggi da inviare ai propri famigliari dopo la propria dipartita”.

Una mappatura di questo fenomeno rivela una complessità che scardina ogni nostra categoria etica e giuridica tradizionale, articolandosi su variabili ben precise. La prima questione è la tempistica: la creazione di un fantasma digitale può avvenire pre-mortem, quando è il soggetto stesso, in vita, che addestra l’algoritmo per lasciarlo in eredità ai suoi cari, o post-mortem, quando sono terzi a farlo. Questo solleva l’enorme problema del consenso e della privacy: se, nel primo caso, c’è un’adesione esplicita, nel secondo il consenso è assente o surrogato dai familiari,che trasformano l’identità del defunto in una materia manipolabile. Anche lo scopo e il contesto d’uso stanno uscendo dai confini della sfera privata e dell’elaborazione intima del lutto, colonizzando lo spazio pubblico. I confini si fanno sempre più sfumati: i simulacri digitali vengono usati per l’attivismo sociale, come dimostra la chatbot del santo Carlo Acutis sviluppato dall’Università di Padova. A cambiare è, infine, il livello di interattività e la governance di questi spettri, poiché non siamo più confinati ad una dimensione puramente testuale, ma la tecnologia odierna permette sintesi vocali e rappresentazioni audiovisive (deepfake), quasi indistinguibili dal vero. Ma chi possiede queste anime digitali? La gestione oscilla tra una sfera individuale/familiare e il controllo da parte di piattaforme commerciali, multinazionali del tech che, di fatto, detengono le chiavi d’accesso e i diritti economici dei nostri cari, ponendo seri dilemmi etici.
Sia che si tratti di un ologramma in realtà virtuale per evocare chi non c’è più, sia del profilo social di un vecchio amore, il paradosso della nostra epoca è sempre lo stesso: abbiamo rimosso i limiti spaziali e temporali, convinti di liberarci dalla sofferenza, ma abbiamo finito per disimparare a gestire i confini emotivi. Sotto la superficie di questa iper-connessione si nasconde l’illusione capitalista che tutto sia di nostra proprietà. Trattiamo le persone, i legami, i momenti e persino i morti come file sempre accessibili, che pretendiamo di possedere a nostro piacimento, non arrendendoci all’idea della loro perdita. Tutto questo riflette la nostra cultura del possesso e del “tutto e subito”, dove il limite è percepito come un ostacolo da superare, non come qualcosa che ci costituisce e ci permette di vivere pienamente la nostra umanità. Cosa rimane, infatti, di umano?

Oggi stiamo vivendo un’alienazione in cui le aziende tech hanno reso commercializzabile una delle esperienze più complesse dell’umano, convertendola in un’ossessione di controllo: la nostalgia. Essa, però, non è un mero sguardo incatenato al passato, ma uno slancio verso l’ignoto e i paesaggi che non conosciamo ancora. Lungi dal ripiegarci sul passato, la nostalgia ci fa tendere verso ciò che non è ancora, orientandoci verso il futuro. Ma è solo se sappiamo cogliere la luce e l’eredità che chi non è più con noi ci ha lasciato, che possiamo andare avanti e lasciarci guidare, pur nella sofferenza di dover fare i conti con quella assenza. È necessario che ci alleniamo a lasciar andare, con la consapevolezza della libertà dell’altro, che può scomparire o morire in qualsiasi momento, non importa quanto ingiusto sia o quanto male mi faccia, poiché amare l’altro significa amare prima di tutto la sua libertà. Il limite non è una prigione, ma una protezione necessaria, che ci ricorda che non tutto si può controllare. Accettare la fine non significa cancellare il passato, ma rinunciare alla pretesa di possederlo, restituendogli la sua dignità, diventando consapevoli della nostra condizione di vulnerabilità come condizione di possibilità: possiamo essere feriti, ma possiamo anche essere profondamente amati e gioire. Perché rinunciare a questo per la paura di soffrire? La verità è che nessun simulacro algoritmico potrà mai replicare l’unicità irripetibile di un essere umano o la magia di un incontro reale e incarnato, risultando sempre insoddisfacente. In questo senso, il ritorno dell’identico non è solo impossibile, ma si rivela, in ultima analisi, non desiderabile.
Note
- Digital Ghosts: AI Afterlife and Imaging. (2025, novembre 28), Emergent Mind.
- Digital Ghosts: What We Leave Behind in an Online Afterlife. (2025, Giugno 16), The Humanist.com
- Harris, O. (2013). Black Mirror- Torna da Me [Motion Picture].
- Haasch, P. (2021). People are using TikTok’s photo animation effect to remember deceased loved ones. Business Insider.
- Pierosara, S. (2025). Nostalgia. Una piccola etica. Milano: Mimesis.
- Ponteprino, M. (2024, luglio 5). Digital Ghost, tra IA e ologrammi: di cosa stiamo parlando?, Il Software
- Kim, J. W., & Kim, J. M. (2020). Meeting You. Munhwa Broadcasting Corporation (MBC).
