Empatia al limite
Com’è possibile che ci siamo abituati a vedere il dolore altrui, senza fare nulla a riguardo? È quello che mi chiedo quando, dopo aver visto sui social foto di bombardamenti, di case distrutte e di altre atrocità, non provo, se non per un breve momento, alcuna reazione. Probabilmente è solo una strategia di sopravvivenza: essendo così sopraffatti da immagini e video terribili, l’unico modo per proteggere la nostra salute mentale è, se non si può evitare di guardarli, cercare di distogliere lo sguardo.
Di certo non è un problema creato dai social, visto che immagini devastanti delle guerre circolano almeno dalla Prima guerra mondiale, ma la frequenza e l’intensità a cui le stiamo vedendo ci fa sembrare che tutto questo sia normale, quando, forse, dovrebbe suscitare una reazione diversa. Infatti, le immagini non sono mai circolate velocemente come ora. Questo, però, non ci ha reso più reattivi, anzi, sempre meno, come se il limite della nostra tolleranza verso i conflitti e la sofferenza altrui si fosse alzato. Vedere immagini e video di guerra può renderci più consapevoli, ma non sempre questa consapevolezza si tramuta in azione.
Ad accendere il dibattito sul ruolo della fotografia nell’influenzare l’opinione pubblica è stata soprattutto la guerra del Vietnam (1955-75), che è stata la prima ad entrare nelle case delle famiglie americane attraverso la televisione. Secondo alcuni, vedere così da vicino gli orrori e il dolore causati da questa guerra ha contribuito a mobilitare le persone contro di essa. L’influenza dei media in quel contesto fu, infatti, così forte che il presidente americano Nixon iniziò a screditare i giornalisti, incolpandoli del fallimento delle operazioni statunitensi. Ma se un tempo immagini come “Napalm girl” potevano sconvolgere e innescare proteste, oggi le guerre e le violazioni dei diritti umani non stupiscono più. Quell’elemento di shock, che la fotografia e il giornalismo ricercano, viene a mancare e, con esso, anche la rabbia. Ma perché non reagiamo al dolore delle altre persone, se è così visibile?

Ad interrogarsi sulla questione, partendo proprio dai reportage fotografici della guerra del Vietnam, è Susan Sontag nel suo saggio “Davanti al dolore degli altri”1. Sontag sfida apertamente la proposizione fatta da Virginia Woolf ne “Le tre ghinee”, secondo cui vedere delle fotografie di guerra sia abbastanza per farci opporre ad essa, siccome queste immagini ne mostrano la crudeltà. Secondo Sondag, invece, la semplice visione di fotografie non ci porta neanche ad essere consapevoli, perché la fotografia mostra cosa è successo, ma non perché. Ci soffermiamo, quindi, a osservare, magari anche commuovendoci, ma senza veramente capire e, senza questa comprensione, non può seguire alcuna reazione politica. Inoltre, se da un lato la fotografia è uno strumento di denuncia importantissimo, dall’altro rimane un’arte e, in quanto tale, non descrive semplicemente la realtà, ma la interpreta. Scegliendo cosa fotografare, il fotografo esclude qualcos’altro, cambiando la nostra percezione dei fatti e, senza un’appropriata descrizione, non siamo in grado di interpretare e giudicare le immagini che vediamo dal punto di vista politico.

Il problema più importante, però, è che vedere così tante immagini non ci rende più reattivi, ma, anzi, ci paralizza. Davanti a così tanta sofferenza, ci distacchiamo emotivamente, perché è l’unico modo in cui possiamo tollerare di vedere certe atrocità. Sontag scriveva nei primi anni 2000, commentando soprattutto l’effetto della televisione, ma lo stesso meccanismo è presente ed è portato all’estremo nel mondo della comunicazione attuale.
Oggi siamo bombardati da informazioni, che passano soprattutto attraverso video e foto, che competono per la nostra attenzione. Si cercano le immagini più terribili, che possano innescare una reazione, ma, anziché renderci più sensibili, ci rendono più apatici, poiché non siamo in grado di processare così tante informazioni e così tanto dolore. Ormai non ci stupisce più nulla, proprio perché accade tutto davanti ai nostri occhi, ma, anche se ci stupissimo, non cambierebbe la nostra reazione. Come sottolinea Sontag, lo shock delle fotografie suscita in noi delle emozioni, che però non riusciamo ad incanalare in azioni, poiché l’immediatezza della reazione emotiva non lascia spazio alla riflessione. Quando, invece, questa riflessione avviene, ci sentiamo comunque rassegnati, perché ci sentiamo impotenti davanti a quello che succede lontano da noi. Così, scrolliamo ancora, cercando di dimenticarci della tristezza provata precedentemente, con un video che ci farà ridere per qualche secondo.

La velocità e l’accessibilità dell’informazione diventano così un’arma a doppio taglio: da un lato ci consentono di essere al corrente di tutto ciò che accade nel mondo 24 ore su 24, ma, dall’altro, ci anestetizzano a tal punto che non siamo in grado di reagire. Così, sentendoci impotenti davanti alle ingiustizie che percepiamo come lontane da noi, finiamo per normalizzarle, anche quando oltrepassano limiti che non andrebbero superati.
Note
- S. Sontag, Regarding the pain of others. Penguin Books, 2004.
